giovedì 1 marzo 2012

10 marzo a Perugia: Donne che fanno la differenza

Sabato 10 Marzo 2012
66° anniversario del voto passivo alle donne

Sala della Vaccara, Palazzo dei Priori
Piazza IV Novembre, Perugia
ore 16.30

Sezione ANPI Perugia Bonfigli/Tomovic

Donne che fanno la differenza
Dalla memoria all'attualità

Saluti:
Lorena Pesaresi - Assessore alle pari opportunità del Comune di Perugia

Interverranno:
Teresa Vergalli- staffetta partigiana
"Storie di una staffetta partigiana in Emilia"

Mirella Alloisio - partigiana e presidente della sezione ANPI Perugia "Bonfigli/Tomovic"
"Le lotte e le conquiste delle donne dopo la Resistenza attraverso la vita della partigiana Edda Orsi"

Barbara Spinelli - avvocata, componente di Giuristi Democratici e della Piattaforma "Lavori in corsa: 30 anni di CEDAW"
"CEDAW e il diritto delle donne alla soggettività pubblica e politica"

Coordina:
Adelaide Coletti - giornalista

Tutte le donne, le associazioni, le organizzazioni sono invitate a partecipare al dibattito

6 marzo: presentazione delle raccomandazioni CEDAW in consiglio comunale a Novellara

Martedì 6 marzo 2012
h. 21,00
Sala del Consiglio
Comune di Novellara


Consiglio Comunale aperto
Presentazione del rapporto CEDAW sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna

con l’avvocato Barbara Spinelli - Piattaforma "30 anni di CEDAW: lavori in corsa"

Serata di riflessione sulle donne in relazione alla salute, al lavoro e alle violenze di genere ed i mezzi e misure speciali da attuare per realizzare una società non discriminante.

8 marzo: seminario di studi sulla CEDAW all'Università di Macerata

GIOVEDì 8 MARZO 2012
H. 11.00
AULA MAGNA / PIAGGIA DELL’UNIVERSITÀ, 2
MACERATA

SEMINARIO DI STUDI SULLA CEDAW




SALUTI

Luigi Lacchè
magnifico rettore università di Macerata

Stefania Cavagnoli
 presidente comitato pari opportunità università di Macerata

Federica Curzi
assessore alla pari opportunità e ai diritti umani comune di Macerata

Paola Mariani
 assessore alle pari opportunità provincia di Macerata

INTRODUCE

Ines Corti
delegata del rettore alle pari opportunità  università di Macerata

RELATORI

Natascia Mattucci
facoltà di scienze politiche  università di Macerata
La Cedaw e i diritti umani

Barbara Spinelli
avvocata,  Giuristi Democratici, Piattaforma “30 anni di CEDAW: lavori in corsa”
L’implementazione della Cedaw: il ruolo della società civile

Barbara Pojaghi
preside della facoltà di scienze della comunicazione  università di Macerata
Cedaw, genere, comunicazione

INFO / T. 0733 258 2462 e mail cherubini@unimc.it

Il 3 marzo a Genova: Lotta alle discriminazioni nei confronti delle donne e violenza di genere, facciamo il punto

Il 2 Marzo a Pisa: La violenza di genere nel Rapporto Ombra CEDAW

Venerdì 2 Marzo alle 16,30 presso la Domus Mazziniana di Pisa si terrà l'incontro La violenza di genere nel Rapporto Ombra CEDAW.
L'incontro è organizzato dall'Associazione Casa della Donna e a rappresentare la Piattaforma "Lavori in corsa: 30 anni CEDAW" sono state invitate Barbara Spinelli di Giuristi Democratici e Rossana Scaricabarozzi di Actionaid. I loro interventi saranno incentrati sul focal point della violenza contro le donne come affrontato nel Rapporto Ombra.




mercoledì 1 febbraio 2012

Visita ufficiale in Italia della Relatrice Speciale ONU contro la violenza sulle donne

Violenza contro le donne: Si è conclusa la visita in Italia dell'Esperto delle Nazioni Unite

ITALIA/GINEVRA (26 gennaio 2012) – Si è conclusa oggi la missione conoscitiva in Italia del Relatore speciale dell’ONU per la Violenza contro donne, le sue cause e conseguenze, Rashida Manjoo, che ha pronunciato la seguente dichiarazione preliminare:

"Desidero anzitutto manifestare la mia gratitudine al Governo italiano per aver risposto prontamente alla mia richiesta di effettuare questa missione, come pure per l'eccellente cooperazione di cui ho beneficiato nel corso della mia visita di 12 giorni nel paese. Ringrazio anche i miei interlocutori, inclusi i funzionari pubblici di alto livello delle amministrazioni centrali e locali, i singoli e le organizzazioni della società civile, i rappresentanti del mondo accademico, le donne presso le strutture detentive e in particolar modo le superstiti della violenza. Nell'ambito delle mie attività a Roma, Milano, Bologna e Napoli ho visitato anche centri antiviolenza per le donne, un campo autorizzato per la comunità Rom e Sinti, carceri e strutture detentive per donne e minori e un centro di detenzione per immigrati irregolari; ho anche tenuto una serie di incontri presso un'università.

La mia visita è stata incentrata, in linea generale, sul tema della violenza contro le donne in quattro contesti: l'ambito domestico, la comunità, la violenza perpetrata o condonata dallo Stato e la violenza in un contesto transnazionale. Tra le questioni esaminate rientrano la violenza domestica; il femminicidio; la violenza contro le donne vittima di forme multiple e interrelate di discriminazione comprese le donne Rom, Sinti e altre donne migranti; donne presso le strutture detentive, donne disabili e transessuali.

Dai miei colloqui con i fornitori statali e non statali di servizi come la polizia, i giudici, i mediatori culturali, le associazioni che si adoperano per la promozione e la protezione dei diritti delle donne nonché gli operatori e gli ospiti dei centri anti-violenza per le donne, è emersa l'esistenza di una vasta esperienza e competenza nella fornitura dei servizi, inclusa l'assistenza legale, sociale, psicologica ed economica alle vittime della violenza contro le donne. La costruzione di tali abilità è stata possibile grazie ai finanziamenti pubblici, con partenariati collaborativi pubblico-privati e fonti di finanziamento esterne.

Purtroppo, la violenza sulle donne resta un problema in Italia, similmente a quanto accade in molti altri paesi del mondo. Con dati statistici che vanno dal 70 all'87% a seconda della fonte, la violenza domestica risulta essere la forma di violenza più pervasiva che continua a colpire le donne in tutto il paese. Il continuum della violenza tra le mura domestiche si riflette nel numero crescente delle vittime di femminicidio: dalle statistiche fornite risulta che, nel 2006, 101 donne sono state uccise dal partner, dal marito o dall'ex partner, e il dato per il 2010 è aumentato a 127. Gran parte delle manifestazioni della violenza non viene denunciata in un contesto caratterizzato da una società patriarcale e incentrato sulla famiglia; la violenza domestica, inoltre, non sempre viene percepita come reato; emerge poi il tema della dipendenza economica, come pure la percezione che la risposta dello Stato a tali denunce possa non risultare appropriata o utile. Per di più, un quadro giuridico frammentario e l'inadeguatezza delle indagini, delle sanzioni e del risarcimento alle donne vittima di violenza sono fattori che contribuiscono al muro di silenzio e di invisibilità che circonda questo tema.

È importante sottolineare che le statistiche citate non tengono necessariamente conto della prevalenza della violenza sulle donne Rom e Sinti e sulle donne che appartengono ad altre minoranze. In quanto minoranze, questi gruppi affrontano forme multiple di violenza e discriminazione sia nella sfera privata che in quella pubblica. Tale condizione è poi esacerbata, tra l'altro, dal loro status civile - regolare o meno, dalle loro realtà socio-economiche e dalla mancanza di fiducia nel sistema statale. La situazione di queste donne risulta spesso caratterizzata dall'assenza di opportunità e servizi adeguati in campo abitativo, sanitario, formativo e occupazionale. Ho inoltre appreso che il perpetuarsi della discriminazione e della violenza contro queste donne, a livello individuale come istituzionale, le rende reticenti a rivolgersi ai servizi sanitari, legali, sociali e di sostegno.

Per quanto riguarda le donne in carcere, sono stata informata in merito alle difficoltà di accesso alle opportunità di studio e lavoro, difficoltà riconducibili alla mancanza di risorse e alle pratiche discriminatorie poste in essere dal personale delle strutture carcerarie. Ho anche rilevato con preoccupazione le numerose lamentele riguardo la disparità di trattamento da parte di alcuni giudici di sorveglianza nel riesame delle sentenze per la scarcerazione anticipata delle detenute che soddisfano i requisiti per misure alternative al carcere. Inoltre, i problemi che affrontano le detenute con figli minorenni all'interno e/o fuori dal carcere dovrebbero essere presi in esame e, ove possibile, occorre valutare eventuali pene alternative.

Plaudo alle azioni intraprese dal governo per far fronte al tema della violenza contro le donne, anche attraverso la promulgazione di normative come la legge sugli atti persecutori (stalking); l'elaborazione di piani d'azione nazionali sulla violenza contro le donne nonché su donne, pace e sicurezza; un Piano Nazionale per l'inclusione delle donne nel mercato del lavoro e la creazione e l'accorpamento di organismi governativi incaricati della promozione e protezione dei diritti delle donne. Tuttavia, le sfide sono ancora tante: tra queste, la piena ed effettiva partecipazione delle donne al settore del lavoro pubblico e privato e alla sfera politica. Il quadro politico e giuridico frammentario e la limitatezza delle risorse finanziarie per contrastare la violenza sulle donne, infatti, ostacolano un'efficace ottemperanza dell'Italia ai suoi obblighi internazionali. A questo proposito, vorrei ribadire l’opportunità di trovare soluzioni olistiche che consentano di far fronte sia alle necessità individuali delle donne che alle barriere sociali, economiche e culturali che sono una realtà nelle vite di tutte le donne. La presa in carico di tali necessità deve andare di pari passo con un cambiamento sociale per contrastare le cause sistemiche e strutturali delle disuguaglianze e della discriminazione che molto spesso portano alla violenza sulle donne.

Infine, vorrei sottolineare che l'attuale situazione politica ed economica dell’Italia non può essere utilizzata come giustificazione per la diminuzione di attenzione e risorse dedicate alla lotta contro tutte le manifestazioni della violenza su donne e bambine in questo paese. Invito quindi tutte le parti coinvolte ad assumersi, in questo momento cruciale, la responsabilità di promuovere i diritti umani per tutti e, cosa più importante, a far sì che il tema della violenza contro le donne rimanga tra le priorità dell'agenda nazionale. Esorto il settore governativo e quello non governativo ad adottare un approccio più coerente e creativo, così da favorire la transizione verso una società politicamente ed economicamente stabile in cui la promozione e la protezione dei diritti umani di tutti gli individui possa diventare un obiettivo centrale in quest'epoca di crisi e cambiamento.

Le conclusioni dettagliate della missione saranno illustrate nel Rapporto che presenterò al Consiglio dei Diritti umani delle Nazioni Unite nel giugno del 2012."

ENDS



Ms. Rashida Manjoo (South Africa) was appointed Special Rapporteur on Violence against women, its causes and consequences in June 2009 by the UN Human Rights Council, for an initial period of three year. As Special Rapporteur, she is independent from any government or organization and serves in her individual capacity. Ms. Manjoo is also a Professor at the Department of Public Law at the University of Cape Town.



For additional information on the mandate of the Special Rapporteur, please visit:

http://www2.ohchr.org/english/issues/women/rapporteur/index.htm

Check the UN Declaration on the Elimination of Violence against Women:


OHCHR Country Page – Italy

http://ohchr.org/EN/countries/ENACARegion/Pages/ITIndex.aspx

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Check the Universal Human Rights Index: http://uhri.ohchr.org/en



venerdì 27 gennaio 2012

L'ONU all'Italia: niente tagli anticrisi sulla pelle delle donne

di Luisa Betti
27.01.2012

di Luisa Betti, Antiviolenza


27 gennaio 2012

La relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza di genere in missione a Roma per esaminare l'inquietante "caso Italia". La questione della violenza domestica e le raccomandazioni al governo.
Le donne italiane fanno sentire la loro voce: a Roma, Milano, Bologna, Napoli, Catania. Non ce la fanno più a vedersi rappresentate come pin-up col culo per aria, a lavorare di più e guadagnare meno, a sottostare alle prepotenze maschili in casa e fuori casa, a essere considerate delle bambole di carne senza cervello; e hanno dichiarato guerra a chi le discrimina, le violenta, le uccide.

Ieri è stata una giornata intensa per queste donne: perché mentre in diverse città si preparavano fiaccolate in ricordo di Stefania Noce, uccisa dall’ex fidanzato a coltellate il 26 dicembre scorso, e di tutte le donne uccise in questi mesi, Rachida Manjoo, esperta indipendente incaricata dal Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite per il monitoraggio della violenza contro le donne nel mondo, concludeva la sua visita ufficiale nel nostro paese dando ai giornalisti/e presenti ieri alla Sioi (Società italiana per l'organizzazione internazionale di Roma), un'anteprima del rapporto che presenterà a giugno alla 20a sessione del Consiglio dei Diritti Umani.

Un rapporto che arriva dopo il grande e intenso lavoro della Piattaforma “Lavori in corsa – 30 anni CEDAW”, (Actionaid, Arci, Pangea, Differenza donna, Be Free, Casa internazionale delle donne, Fratelli dell'uomo, Giuristi democratici e Le9) che a luglio ha presentato alle Nazioni Unite a New York il suo “Rapporto ombra” sulla situazione delle donne italiane. Una settimana fa la Piattaforma ha presentato il Rapporto ombra anche a Montecitorio, grazie all’on. Rosa Calipari, portando a Roma Violeta Neubauer, rappresentante Cedaw (Comitato Onu che vigila sull’applicazione della Convenzione internazionale per l’eliminazione delle discriminazione nei confronti delle donne), che ha bacchettato a dovere le istituzioni italiane per la loro inadempienza e il forte ritardo nel rispetto della Convenzione Internazionale ratificata dall’Italia 27 anni fa.

Un lavoro, quello della Piattaforma, fatto da donne italiane che si sono indebitate per far conoscere la nostra situazione e che per la visita di Rashida Manjoo si sono mobilitate, insieme a tutte le associazioni, per far vedere alla relatrice dell’Onu la nostra realtà.

La cosa importante infatti non sono tanto i dati, che più o meno conoscevamo, riguardo la violenza, quanto la portata dell’evento: è la prima volta che una inviata speciale dell’Onu sulla violenza di genere si è dedicata alla situazione italiana, esaminandone gli aspetti più inquietanti e dialogando con le istituzioni, per portare poi il caso al Congresso sui diritti umani di giugno.

Rashida Manjoo si è soffermata su diversi punti, primo tra tutti la violenza domestica che si rivela come “la forma di violenza più pervasiva che continua a colpire le donne italiane”, cioè la più diffusa e la più capillare, presente tra il 70 e l’87% dei casi (i dati non sono mai precisi perché i dati ufficiali, quando ci sono, non coincidono quasi mai con quelli delle associazioni che lavorano sul territorio), in cui le donne “non denunciano e non segnalano” sia perché sono all’interno di un “contesto culturale patriarcale incentrato sulla famiglia” con forte dipendenza economica della donna, sia perché la percezione riguardo alle istituzioni non è quella di uno Stato che protegge le donne, ma al contrario le espone in “un quadro giuridico frammentario con inadeguatezza delle indagini, delle sanzioni e del risarcimento alle vittime, fattori che contribuiscono al muro di silenzio e di invisibilità che circonda questo tema”.

“Sulla violenza domestica – continua Manjoo – è doverosa una sensibilizzazione forte perché questa violenza non viene ancora percepita come un reato e un danno, e viene troppe volte considerata normale all’interno della famiglia. Una cosa che avviene sia nei nuclei italiani che tra le minoranze presenti nel paese e in entrambi i casi le donne non si sentono tutelate né all’interno delle mura domestiche né dallo Stato, in un contesto culturale in cui spesso non si rendono conto di quello che succede perché non ne hanno piena consapevolezza”. Una violenza che anche agli occhi della relatrice dell’Onu non è slegata dal resto perché, afferma, “se nella società e nei media la donna viene rappresentata in maniera riduttiva e viene considerata esclusivamente come oggetto sessuale e come madre, si crea un terreno fertile per discriminazione e violenza di genere”.

Ma cosa fa il nostro governo rispetto a un quadro così chiaro? Rashida Manjoo, durante la conferenza stampa, è rimasta sorpresa di alcuni fatti: il primo, di non aver incontrato donne provenienti dal Nord Africa nei Cie: “Che fine hanno fatto tutte le donne che sono sbarcate in Italia? Alcune le ho incontrate ai centri antiviolenza, altre in carcere, e il resto?”; secondo, di aver appreso che da noi c’è una nuova legge, passata alla Camera ma ancora in sospeso, per cui i bambini possono stare in carcere con le mamme non più fino ai tre ma fino ai sei anni: “Non mi sembra una buona idea, i bambini devono vivere in una casa e andare a scuola, perché non si applicano pene alternative come la detenzione domiciliare?”. Perplessità legittime in un paese civile. Ma l’Italia è civile? Perché in un paese in cui viene ormai uccisa una donna ogni due giorni per motivi di genere (cioè in quanto donna) e per la maggior parte per mano di un partner o di un ex, non c’è un piano efficace di sostegno ai centri antiviolenza, dato che la maggior parte di questi femmicidi si consuma in famiglia ed è preceduta da ripetuti episodi di violenza domestica?

“Nei centri antiviolenza che ho visitato – chiarisce la relatrice speciale dell’Onu - c’è tutto quello che occorre a una donna che subisce violenza: sostegno psicologico, assistenza legale specializzata, accudimento delle donne e dei bambini che sono presenti. Ma il problema è che queste associazioni non sono finanziate in maniera costante soprattutto dagli enti locali e molto lavoro viene fatto a livello volontario. Una situazione che io stessa ho sottolineato al governo italiano perché se la forte competenza di questi centri non viene sostenuta economicamente, tutto il patrimonio di questo lavoro che si è accumulato negli anni rischia di andare perso”.

La piattaforma, insieme all’Associazione nazionale Dire (Donne in rete contro la violenza) ha promosso oggi, a ridosso dela conferenza, un messaggio in cui si chiede alle istituzioni, oltre alla ratifica della Convenzione Europea per la prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne di Istanbul (vergognoso che l’Italia non l’abbia ancora almeno firmata) e all’applicazione reale della Convenzione internazionale per l'eliminazione delle discriminazione nei confronti delle donne, anche il varo di “una legge che definisca la violenza di genere in tutte le sue forme prendendo atto delle raccomandazioni Cedaw al governo italiano” e “un impegno particolare nell’applicazione della Convenzione internazionale, che coinvolga gli enti locali che dovranno mantenere un costante sostegno economico ai centri antiviolenza italiani”.

Il messaggio al governo italiano sulla “questione femminile” è stato quindi, in questi giorni, chiaro e netto da più parti, e nel caso ci fosse qualche dubbio la stessa relatrice speciale ha precisato che “l’attuale situazione politica ed economica dell'Italia non può essere utilizzata come giustificazione per la diminuzione di attenzione e risorse dedicate alla lotta contro tutte le manifestazioni della violenza su donne e bambine in questo Paese. Le sfide sono ancora tante, e tra queste la piena ed effettiva partecipazione delle donne al lavoro e alla sfera politica”.