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sabato 4 agosto 2012

Al Consiglio dei diritti umani presentati il Rapporto sulla violenza maschile nei confronti delle donne in Italia ed il primo rapporto mondiale sul femminicidio

Il 25 giugno 2012 a Ginevra durante la 20a sessione del Consiglio sui Diritti umani (HRC) delle Nazioni Unite, la Relatrice Speciale ONU sulla violenza maschile contro le donne, Rashida Manjoo, ha presentato il Rapporto sulla violenza di genere in Italia e il Rapporto tematico sul femminicidio, in cui ha affermato che “la formulazione di istanze basate sul riconoscimento dei propri diritti fondamentali da parte delle donne, resta un’importante strumento strategico e politico per l’empowerment delle donne e per fronteggiare le violazioni dei diritti umani”. Durante la sua relazione ha chiarito i significati di femmicidio e femminicidio (per chi avesse ancora dubbi su come si nomina l’omicidio di genere) oltrepassando il carattere specificamente culturale, religioso, sociale del fenomeno, affermando che ovunque si consumi, l’omicidio di genere ha una chiara matrice comune a tutte le donne del mondo anche se con diverse declinazioni. A Ginevra, come relatrice, era presente anche Barbara Spinelli, avvocata esperta di femminicidio e femmicidio, parte attiva nella Piattaforma Cedaw e del relativo Rapporto Ombra presentato a luglio del 2011 a New York, redattrice del dossier specialistico “Femmicidio e femminicidio in Europa quale esito della violenza nelle relazioni di intimità” al seminario promosso dalla Relatrice Speciale delle Nazioni Unite contro la violenza sulle donne, e che per noi ha scritto una sintesi di quello che è stato il Rapporto tematico durante la 20a sessione dei Diritti Umani davanti ai Paesi di tutto il mondo, un evento così importante ed epocale perché il primo che viene redatto e illustrato in questi termini. Grazie

L’ONU AI DELEGATI DI TUTTI I GOVERNI DEL MONDO: È ORA DI AGIRE CONTRO IL FEMMINICIDIO


di Barbara Spinelli*

pubblicato su http://blog.ilmanifesto.it/antiviolenza/2012/06/28/lonu-contro-femmicidio-e-femminicidio-nel-mondo/

E’ del 2002 la notizia che la violenza maschile sulle donne costituisce la prima causa di morte al mondo per le donne tra i 16 ed i 44 anni. Da allora, troppo poco è stato fatto dagli Stati a livello nazionale per contrastare gli omicidi di donne basati sul genere, e quella violenza in famiglia che troppo spesso (nel 70% dei casi) li precede. Le Nazioni Unite tuttavia non sono rimaste insensibili a questa macroviolazione dei diritti umani. Già il Comitato per l’attuazione della Convenzione ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne aveva chiesto a vari Stati, tra cui al Messico ed all’Italia (unico Paese europeo, nel 2011), di adottare misure specifiche per il contrasto al femminicidio, evidenziando come l’aumento dei casi potesse evidenziare un fallimento delle Autorità nel proteggere le donne dalla violenza, soprattutto domestica. Ma il 25 giugno 2012 è stato un giorno epocale per la lotta alla violenza maschile sulle donne: per la prima volta, ai delegati di tutti i Paesi del Mondo, riuniti a Ginevra, nel Palazzo delle Nazioni Unite, al Consiglio dei Diritti Umani, è stato sottoposto un Rapporto tematico sugli omicidi basati sul genere, elaborato dalla Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne, Rashida Manjoo.

Il Rapporto tematico sugli omicidi basati sul genere

Il Rapporto tematico sugli omicidi basati sul genere, elaborato dalla Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne, Rashida Manjoo, è frutto di numerose consultazioni. In particolare, è stato preceduto nell’ottobre 2011 da un seminario convocato a New York dalla Relatrice Speciale, che ha coinvolto 25 esperti provenienti da diverse aree geografiche, appartenenti al mondo universitario, alle organizzazioni della società civile, ad agenzie delle Nazioni Unite, tutti con comprovate competenze tecniche e professionali in materia di femminicidio. A quell’incontro, nel quale io sono stata invitata in qualità di esperta per l’area europea, si è fatto il punto della situazione sul riconoscimento dei concetti di femmicidio e femminicidio a livello teorico. Ogni esperto ha esplorato le differenti manifestazioni del femminicidio nelle varie aree geografiche, e la risposta delle Istituzioni, con particolare riguardo alle buone pratiche instaurate per garantire una effettiva protezione delle donne dalla rivittimizzazione. Al termine, è stata analizzata la giurisprudenza rilevante a livello regionale e internazionale. La Relatrice Speciale, nel suo rapporto tematico non ha usato mezzi termini nell’affermare che “a livello mondiale, la diffusione degli omicidi basati sul genere, nelle loro diverse manifestazioni, ha assunto proporzioni allarmanti” e che “culturalmente e socialmente radicati, continuano ad essere accettati, tollerati e giustificati, e l’impunità costituisce la norma”. Il diverso significato dei concetti di femmicidio e femminicidio viene ricostruito meticolosamente, riconoscendo che questi termini sono diventati di uso comune grazie alle lotte del movimento femminista, “come alternativa alla natura neutra del termine omicidio, che trascura la realtà di disuguaglianza, oppressione e violenza sistematica nei confronti delle donne”, e per creare una vera e propria “resistenza” a questa forma di violenza letale. Rashida Manjoo non manca di notare una certa ipocrisia in chi continua a definire gli omicidi basati sul genere “delitti passionali” in Occidente, come atto di un singolo individuo, e “delitti d’onore” a Oriente, quale esito di pratiche religiose o culturali. Questa dicotomia, spiega la Relatrice richiamando l’ottima criminologa Nadera Shaloub Kevorkian, esprime una visione concettuale semplicistica, discriminatoria e spesso stereotipata, che oscura l’intersezionalità dei fattori politici, economici, sociali, culturali, e di genere che riguardano tutte le donne del mondo”. Gli omicidi basati sul genere nel Mondo si manifestano in forme anche diverse tra loro. Qualsiasi sia la forma in cui si manifestino, viene chiarito in via definitiva che “Non si tratta di incidenti isolati che accadono all’improvviso, inaspettati, ma rappresentano piuttosto l’ultimo atto si un continuum di violenza”. Ed infatti, la forma di femminicidio che accomuna tutte le donne del mondo è proprio l’uccisione a seguito di pregressa violenza subita nell’ambito della relazione d’intimità. Altre forme di femminicidio sono quelle legate alle accuse di stregoneria o di magia, diffuse in alcuni Paesi dell’Africa, dell’Asia e delle isole del Pacifico; gli omicidi di donne commessi in nome “dell’onore”; i ginocidi perpetrati nell’ambito dei conflitti armati; le uccisioni di donne a causa della dote, assai diffusi in alcuni Paesi dell’Asia meridionale; gli omicidi di donne indigene e aborigene; le forme estreme di accanimento sui corpi delle donne in cui sono coinvolte la criminalità organizzata e le organizzazioni paramilitari; le uccisioni a causa dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere (che sono in continuo aumento, tanto che il Consiglio dei Diritti Umani ha adottato una risoluzione rivoluzionaria sulle violazioni dei diritti umani basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere, la n. 17/19); e le altre forme di uccisioni correlate al genere, come la pratica del sati (le vedove indiane bruciate vive sulla pira funeraria del marito) o l’aborto dei feti e l’uccisione delle bambine in quanto donne. Un aspetto significativo di questo Rapporto tematico è la condanna dei media che spesso, nel riportare delle uccisioni di donne, “hanno perpetuato stereotipi e pregiudizi”, ma che tuttavia, in mancanza di una raccolta dati ufficiali, riportando informazioni sulla relazione autore/vittima e su eventuali pregresse violenze, spesso “hanno aiutato le associazioni di donne a a distinguere i femminicidi dagli altri omicidi di donne”. La Relatrice Speciale ha individuato, tra le sfide principali per prevenire e contrastare il femminicidio: la difficoltà di una trasformazione sociale profonda in generale, le difficoltà nell’accesso alla giustizia, l’assenza o insufficienza di un discorso basato sui diritti umani nell’approccio agli omicidi di donne; la cecità delle disuguaglianze strutturali e la complessa intersezione tra le relazioni di potere nella sfera pubblica e privata, che rimane la causa più profonda delle discriminazioni sessuali e basate sul genere.

Le raccomandazioni

La Relatrice speciale invita gli Stati a utilizzare categorie adeguate per la classificazione degli omicidi di donne, che tengano conto della dimensione di genere, e di adottare gli indicatori ONU per la raccolta disaggregata dei dati. Sottolinea l’importanza di una corretta informazione sul tema da parte dei media, di un’adeguata valutazione del rischio, della previsione di strumenti di tutela civili e penali, e dell’importanza di poter disporre di servizi sociali e di case rifugio in numero adeguato. Evidenzia come, nei casi di crisi o debolezza delle Istituzioni, l’impunità dovuta alla corruzione e alla rinuncia da parte dello Stato a offrire tutela giurisdizionale renda possibili e favorisca gravissime violazioni dei diritti fondamentali delle donne. Suggerisce che un Protocollo di azione, rivolto alla magistratura, alle forze dell’ordine e ai politici, potrebbe essere utile a definire linee guida basate su standard internazionali per la prevenzione e le indagini sui femminicidi, e potrebbe rendere più facile far valere la responsabilità internazionale degli Stati per la loro violazione. L’eliminazione della violenza sulle donne è basata sul rispetto degli standards internazionali nella previsione legale di misure di protezione, nell’adozione di politiche adeguate, e nella promozione di una cultura del rispetto e non discriminatoria. In sostanza, l’unica soluzione sta in un approccio olistico alle cause strutturali di discriminazione, oppressione e marginalizzazione delle donne, che preveda azioni sul piano politico, operativo, giuridico e amministrativo.

La reazione degli Stati alla presentazione del Rapporto tematico sul femminicidio

La maggior parte delle delegazioni governative presenti ha accolto con ampio favore il Rapporto Tematico, ringraziando la Relatrice Speciale ed impegnandosi a perseguire a livello nazionale ed internazionale gli obbiettivi indicati. Le uniche note critiche sono venute dall’Algeria, che ha affermato che il suo codice penale punisce qualsiasi persona responsabile di violenza nei confronti di un’altra persona, aldilà del genere, e che quindi era necessario che il rapporto non avesse incluso aspetti controversi non riconosciuti dal diritto internazionale, e dall’Egitto che, analogamente, si è espresso in totale disaccordo con il legame individuato nel Rapporto tra discriminazione nei confronti di donne e bambine e gli omicidi e che ha “rigettato categoricamente” il tentativo compiuto dalla Relatrice Speciale di introdurre nozioni estranee al quadro internazionale dei diritti umani e delle obbligazioni degli Stati, come le nozioni di orientamento sessuale e identità di genere.

Il ruolo della società civile: la storia siamo noi

La Piattaforma CEDAW è stata presente a Ginevra, ed ha attivamente preso parte ai lavori. Sono state presentate tre dichiarazioni scritte e gli interventi orali si sono alternati sia nell’ambito del dialogo interattivo (Giuristi Democratici e centro antiviolenza di Parma) sia nell’ambito del dibattito generale (Pangea e D.i.re). Inoltre, abbiamo organizzato un evento parallelo per approfondire il dibattito, con un panel di relatori nazionali ed internazionali. La Relatrice Speciale nel Rapporto tematico ha affermato che “la formulazione di istanze basate sul riconoscimento dei propri diritti fondamentali da parte delle donne, resta un’importante strumento strategico e politico per l’empowerment delle donne e per fronteggiare le violazioni dei diritti umani”. E’ così. Ce lo dimostrano i risultati ottenuti nel contrasto al femminicidio dalle donne messicane, ma ce lo dimostra anche la nostra storia. C’è una parte di società in Italia che ha modo di vedere con i suoi occhi quanto fa male la violenza maschile sulle donne: non fa male solo alla donna che viene picchiata o umiliata ogni giorno nell’inferno di casa sua, ma fa male anche all’azienda in cui lavora, per i giorni di malattia che si prende e la perdita di produttività, e fa male al sistema sanitario, e alla democrazia in generale. C’è una parte di società, uomini e donne, che ha voglia di raccontare l’entusiasmo di lavorare in rete per contrastare la violenza nelle relazioni di intimità, e le frustrazioni legate alla mancanza di fondi per farlo: dai soldi che mancano per la benzina delle volanti, alle case rifugio che chiudono per il mancato rinnovo delle convenzioni con gli enti locali. C’è una parte di società che ha documentato tutto questo, che ha fornito il proprio contributo all’elaborazione del “Rapporto ombra” sull’implementazione della CEDAW in Italia. Tante esperte ed esperti, tanti operatori e operatrici, tanti collettivi femministi e associazioni, tante donne sopravvissute alla violenza o alla discriminazione, hanno raccontato il loro pezzo di storia, il loro pezzo di resistenza quotidiana, fornito i dati raccolti, evidenziato le conseguenze sulle loro vite, o sulle vite delle persone che assistevano, di leggi sbagliate, ingiuste, e politiche incuranti degli effetti devastanti prodotti sulle vite delle donne. Hanno riferito delle battaglie portate avanti per cercare un dialogo con le Istituzioni a tutela di quei diritti, e di come non sempre fossero riusciti ad ottenerlo. Tutto questo materiale, raccolto e rielaborato dal gruppo di lavoro della Piattaforma CEDAW, è stato da me tradotto nel linguaggio dei diritti: ovvero, nel “Rapporto Ombra” abbiamo identificato le violazioni dei diritti umani delle donne in Italia, diritto per diritto, dal diritto all’istruzione, al diritto alla salute, al lavoro, e così via, fino al diritto a una vita libera dalla violenza. E, identificate tutte le violazioni, le abbiamo sottoposte all’ONU, al Comitato per l’implementazione della CEDAW. Il Comitato CEDAW, ricevute anche le corpose documentazioni ufficiali dal Governo italiano, e a seguito di un dialogo costruttivo da tra esperti del Comitato CEDAW ed esperti dei vari Ministeri, ha ritenuto che la maggior parte delle violazioni da noi identificate fossero effettivamente tali, ed ha indirizzato all’Italia una serie di raccomandazioni molto severe, identificando come problemi principali la lotta agli stereotipi e alla violenza sulle donne. Su questi temi, il Governo italiano è chiamato a riferire nel 2013. Ma come Piattaforma CEDAW, ed in particolare Giuristi Democratici e la rete nazionale dei centri antiviolenza D.i.re, nel periodo in cui preparavamo il Rapporto Ombra, abbiamo anche invitato in Italia la Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne, per proporre tre giorni di incontri e seminari sugli strumenti internazionali di tutela dei diritti delle donne. In quei giorni la Relatrice Speciale ebbe modo di conoscere dalla società civile le cause e le conseguenze della violenza sulle donne in Italia. Successivamente, decise di chiedere al Governo italiano la possibilità di venire in Italia in visita ufficiale, possibilità che fu prontamente accordata. La Missione, avvenuta dal 15 al 26 gennaio 2012, ha permesso alla Relatrice di poter ottenere informazioni dirette dalle Istituzioni, attraverso incontri con esperti dei vari Ministeri, esponenti della Magistratura e altri organismi, che l’hanno ricevuta ufficialmente ed hanno dialogato con Lei, rispondendo alle sue domande e offrendole informazioni rilevanti. Il Governo le ha anche concesso la possibilità di visitare carceri e C.I.E., e di parlare con donne detenute e trattenute, in privato. Inoltre, ci sono stati gli incontri con la società civile: dalle operatrici dei centri antiviolenza, alle mediatrici culturali, a medici, avvocate, psicologhe, accademiche, associazioni filogovernative e organizzazioni non governative, collettivi, e poi vittime di violenza o di discriminazioni. Si è creata una rete di contatti e relazioni per documentare attraverso resoconti documentati, dati, ricerche e storie di vita vissuta una realtà che le Istituzioni si ostinano a non voler vedere, quella del percorso a ostacoli che devono affrontare le donne che vogliono uscire da una situazione di violenza e gli operatori che le assistono. La Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne, In contemporanea al Rapporto tematico sul femminicidio, davanti al Consiglio dei Diritti umani dell’ONU a presentato anche il Rapporto sulla Missione in Italia, che contiene delle Raccomandazioni specifiche rivolte alle Istituzioni italiane su quali azioni è necessario porre in essere per il futuro per il contrasto alla violenza maschile sulle donne e la prevenzione del femminicidio. E’ evidente che il protagonismo della Piattaforma CEDAW e della rete nazionale dei centri antiviolenza (DIRE), nonché di tutte quelle realtà femminili e femministe che vi orbitano intorno e che hanno apportato dati fondamentali all’elaborazione delle istanze promosse davanti all’ONU (si pensi al prezioso lavoro di Femminismo ASud sulla PAS o dell’ASGI sulla condizione delle donne migranti e le problematiche relative alle azioni antidiscriminatorie, ma l’elenco sarebbe davvero troppo lungo) ha reso possibile la definizione da parte delle Nazioni Unite di indicazioni ben precise circa le politiche e le modifiche legislative che devono essere poste in essere per garantire, in concreto, miglioramenti per le donne italiane nell’accesso e nel godimento dei loro diritti fondamentali. Più che mere indicazioni, si tratta di vere e proprie obbligazioni internazionali che il Governo italiano è chiamato ad adempiere, e della cui violazione può essere chiamato a rispondere. Spetta a tutte/i noi, ora, fare si che queste raccomandazioni vengano rispettate e che venga data attuazione alle misure richieste. Credo che il protagonismo di tutte/i coloro, singole e associazioni, che hanno partecipato sia al percorso che ha portato alla presentazione del Rapporto Ombra CEDAW sia alle consultazioni con la Relatrice Speciale nel corso della sua visita ufficiale, vada riconosciuto e ringraziato, unitamente alla sensibilità di quei media che hanno dato visibilità alle raccomandazioni, output di questo percorso. E’ stato solo grazie a questa rete informale che questi risultati sono stati possibili, ed è un meraviglioso esempio di partecipazione politica e di protagonismo civile per la trasformazione sociale. “Be the change you wish to see in the world”, diceva Ghandi. Il merito mio e della Piattaforma CEDAW è stato solo quello di avere fatto da regia e da cassa di risonanza delle rivendicazioni provenienti dalla società civile, e di averle portate all’attenzione delle Nazioni Unite nella forma e con le modalità adeguate. Ora si tratta di andare avanti, in un processo che da un lato deve tendere alla responsabilizzazione istituzionale su queste tematiche, e dall’altro al progressivo superamento dei personalismi e delle strategie di etichettamento che fino ad oggi hanno ostacolato l’efficacia dell’azione dei gruppi femminili, andando invece verso l’identificazione ed il perseguimento di obbiettivi comuni che vedano uniti tutti e tutte per la rivendicazione di misure adeguate per la prevenzione e protezione delle bambine, donne, lesbiche, trans, queer ed intersessuali dalla violenza basata sul genere e sull’orientamento sessuale.

Il mio pensiero, nel leggere il Rapporto tematico e nel partecipare ai lavori della sessione, è andato a Barbara, Maria Grazia, Vanessa, Elisa ed a tutte quelle altre di donne di cui conosciamo nomi, volti, ed esecutori, ma soprattutto è andato a tutte quelle che sono scampate alla violenza femminicida, e che passano ogni giorno della loro vita nell’insicurezza, temendo che possa succedere di nuovo, che possa accadere il peggio, con l’amarezza in bocca e quel senso di essere state abbandonate dalle Istituzioni. Queste raccomandazioni sono per voi, e per chi verrà dopo di voi, che possa non provare più questa solitudine, che possa trovare dalle Istituzioni il supporto necessario per vivere in sicurezza una vita libera dalla violenza.

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* Barbara Spinelli, avvocata, fa parte dell’Associazione Giuristi Democratici e della Piattaforma di ONG “30 anni di CEDAW: lavori in corsa”, nell’ambito della quale ha coordinato la redazione e scritto il “Rapporto ombra” sull’implementazione della CEDAW in Italia, presentato nel corso della 49ma sessione del Comitato CEDAW, alle Nazioni Unite, nel luglio 2011. E’ autrice del libro “Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale” (FrancoAngeli, 2008) e di altre pubblicazioni specialistiche sul tema. E’ stata invitata in qualità di esperta al seminario sugli omicidi basati sul genere promosso dalla Relatrice Speciale delle Nazioni Unite contro la violenza sulle donne, nell’ambito del quale ha presentato il dossier specialistico “Femmicidio e femminicidio in Europa quale esito della violenza nelle relazioni di intimità”. E’ stata il punto di contatto per gli incontri con la società civile nell’ambito della missione ufficiale in Italia della Relatrice Speciale delle Nazioni Unite contro la violenza sulle donne avvenuta dal 15 al 26 gennaio 2012. Gestisce i blog femminicidio.blogspot.it e gdcedaw.blogspot.com


Violenza sulle donne, l’Onu all’Italia: “Crimine di Stato, fate di più”
di Luisa Pronzato

25.06.2012


Fonte: http://27esimaora.corriere.it/articolo/la-violenza-sulle-donne-e-invisibilericonoscerla-e-un-diritto-umano/#more-5113

Violenza sulle donne, arriva il richiamo dell’Onu al governo: “In Italia resta un problema grave, risolverlo è un obbligo internazionale”. Le osservazioni all’Italia di Rashida Manjoo, Special Rapporteur delle Nazioni Unite per il contrasto della violenza sulle donne, sono pesanti.

“Femmicidio e femminicidio sono crimini di Stato tollerati dalle pubbliche istituzioni per incapacità di prevenire, proteggere e tutelare la vita delle donne, che vivono diverse forme di discriminazioni e di violenza durante la loro vita – ha detto Manjoo lunedì a Ginevra -. In Italia, sono stati fatti sforzi da parte del Governo, attraverso l’adozione di leggi e politiche, incluso il Piano di Azione Nazionale contro la violenza”, riconosce, “questi risultati non hanno però portato a una diminuzione di femicidi o sono stati tradotti in un miglioramento della condizione di vita delle donne e delle bambine”.

Il Rapporto tematico annuale sugli omicidi basati sul genere e il Rapporto sulla violenza sulla scorta delle missione in Italia lo scorso gennaio sono stati presentati durante la 20° sessione del Consiglio per i diritti umani .

Quello di oggi a Ginevra è un incontro atteso e sotenuto dalle donne delle associazioni che con la violenza combattono da anni. Ci sono anche loro, oggi a Ginevra, oltre a un nutrito numero di delegati internazionali dei diritti umani, i rappresentanti del governo italiano. Per le donne della società civile oggi è un giorno di “riconoscimento”. C’è Barbara Spinelli, avvocata e autrice del libro Femminicidio che parla a nome dell’Associazione Internazionale Avvocate e Avvocati Democratici, Giuristi Democratici, che ha partecipato ai lavori di preparazione del Rapporto. Con Simona Lanzoni, coordinatrice della Fondazione Pangea per la Piattaforma 30 anni Cedaw lavori in corso, e Titti Carrano di D.i.Re hanno elaborato il rapporto ombra della CEDAW (Convenzione per l’eliminazione di tutte le discriminazioni contro le donne), di cui si ritrovano numerosi riferimenti nel rapporto di madame Manjoo.

“Il mio report sottolinea la questione della responsabilità dello Stato nella risposta data al contrasto della violenza”, dice la funzionaria Onu, “analizza l’impunità e l’aspetto della violenza istituzionale in merito agli omicidi di donne (femicidio) causati da azioni o omissioni dello Stato”.

La violenza di genere in Italia entra a pieno titolo sotto la lente dei diritti umani. Un Rapporto in un centinaio di punti, con un’analisi puntuale degli aspetti economici e sociali e politici che ne sono all’origine. “Il femmicidio è l’estrema conseguenza delle forme di violenza esistenti contro le donne”. E ancora: “Queste morti non sono isolati incidenti che arrivano in maniera inaspettata e immediata, ma sono l’ultimo efferato atto di violenza che pone fine a una serie di violenze continuative nel tempo”. Un’analisi serrata su cause e conseguenze di una politica che ancora troppo poco fa per eliminare le disparità di genere.

E una valanga di “raccomandazioni” a cui l’Italia potrà sottrarsi, se vorrà, ma con molta difficoltà: Una legge specifica sulla violenza alle donne. Un struttura governativa che tratti solo la parità e la violenza. Finanziare case rifugio e centri antiviolenza per mantenere l’esistente e per aprirne di nuove. Ratificare la Convenzione di Istanbul per la prevenzione della violenza, la protezione delle vittime e la condanna dei colpevoli che l’Italia avrebbe dovuto a firmare ad aprile.

Prevenzione, protezione delle vittime e punizione dei colpevoli sono i ritardi dell’Italia. Una violazione dei dritti umani? Di fatto, con regole poco chiare, “consente” di giungere a esplosioni di violenza che, come stiamo vedendo in questi mesi, culminano con l’uccisione di donne per il solo fatto di essere donne, il femminicidio di cui si sta occupando anche l’inchiesta della 27ora.

«Dall’inizio degli anni novanta è diminuito il numero di omicidi di uomini su uomini, mentre il numero di donne uccise da uomini è aumentato», ricorda Rashida Manjoo..

I numeri ormai li conosciamo: una donna su tre – in una età compresa tra i 16 e i 70 – è stata vittima di violenza. il 35% delle vittime non presenta denuncia. 63 le donne uccise da gennaio a giugno di quest’anno. Il 13% aveva chiesto aiuto per stalking.

E’ un vero e proprio richiamo quello che il Consiglio per i diritti umani fa al governo italiano sollecitandolo a mettere il problema della violenza sulle donne all’ordine del giorno della politica nazionale. L’allarme che lancia non lascia dubbi:

«La violenza contro le donne rimane un problema significativo in Italia»

Affrontarlo è un «obbligo internazionale». Non a parole. Con leggi e con azioni reali. L’autorevole voce di Rashida Manjoo (ex commissario parlamentare della Commissione sulla parità di genere in Sud Africa, docente Dipartimento di Diritto Pubblico dell’Università di Città del Capo, che ha progettato sistemi e contenuto per affrontare le differenze razziali, oltre che aver insegnato diritti umani ad Harvard) chiede che l’Italia si impegni «a eliminare gli atteggiamentistereotipati circa i ruoli e le responsabilità delle donne e degli uomini nella famiglia, nella società e nell’ambiente di lavoro».

Anche per l’Onu non è sufficiente che le donne restino le “centrocampiste del welfare”, come le definiva Dario Di Vico in un articolo in cui si sottolineava la fatica a conciliare lavoro e famiglia con il carico di lavoro casalingo per il 77% sulle spalle.

«Le donne trasportano un pesante fardello in termini di cura delle famiglie, mentre il contributo degli uomini è tra i più bassi nel mondo», sottolinea il Rapporto. Storie e dati portati a galla di volta in volta da cronache e statistiche, nel Rapporto di Rashida Manjoo mette in relazione l’incapacità di riconoscere alle donne posizioni e ruoli pari agli uomini e l’incapacità a rispondere con strumenti adeguati a proteggere le vittime. Il quadro che disegna è desolante. «In un contesto sociale patriarcale, dove la violenza domestica non viene sempre percepita come un crimine», dice, «persiste la percezione che le risposte dello stato non siano appropriate e sufficienti».

Ed è all’economia che fa appello come strumento di prevenzione. Rimuovere gli ostacoli che incidono sull’occupazione femminile, quelli che permettono la disparità retributiva. E rafforzare il sistema di previdenza sociale per superare i limiti all’integrazione delle donne nel mercato del lavoro. «La situazione economica e politica in Italia non giustifica la mancanza di attenzione e la diminuzione delle risorse per combattere la violenza contro le donne», dice la rappresentante speciale, «particolarmente oggi in un contesto in cui il numero di violenze fondate sul genere sta aumentando».

Le leggi per proteggere le vittime ci sarebbero, riconosce Rashida Manjoo. Non sono, però, sufficienti. Dipendenza economica, inchieste malfatte, un sistema di istituzioni e regole frammentato, lungaggine dei processi e inadeguata punizione dei colpevoli le rendono poco efficaci.

«Siamo seriamente preoccupati dalla sottostima del Governo italiano circa gli obblighi internazionali a proteggere le donne sopravvissute alla violenza nelle relazioni di intimità e di prevenire i femminicidi esito di questa violenza», è parte dell’intervento di Barbara Spinelli. «Come notato dal Comitato CEDAW, in Italia persistono “attitudini socio-culturali che condonano la violenza domestica”», diceBarbara Spinelli, e «“l’alto numero di donne uccise dai propri partner o ex partner (femminicidi) può indicare il fallimento delle autorità dello Stato nel proteggere adeguatamente le donne vittime dei propri partner o ex partner».

Ritardi dell’Italia che «Contribuiscono al silenzio delle vittime», dice il Rapporto. E a lasciare che il fenomeno resti invisibile. D’altronde il “diritto” degli uomini a picchiare le donne non è arcaico. È storia dei nostri nonni. Ce ne siamo dimenticate, la legge che lo ha abrogato è solo degli anni Settanta. Trentanni fa a un marito, un padre era consentito picchiare in quanto mezzo per “correggere” il comportamento delle donne, ricorda Ileana Aesso nel Quinto Stato: Storia di donne, legi e conquiste. Dalla tutela alla democrazia paritaria. Glielo riconosceva il codice penale e civile a patto che non ne abusasse. Ma il limite poche volte era stato chiarito lasciando nel dna della società e della cultura italiana l’abuso delle botte e la “disattenzione” ai diritti delle donne.

Creare una singola struttura governativa dedicata a trattare esclusivamente la questione della parità e la violenza è la prima raccomandazione che Rashida Manjoo rivolge al governo italiano a cui la rappresentante non fa sconti. Un ministero specifico e non una seconda “carica” come quella attribuita a Elsa Fornero, più concentrata sul Ministero del Lavoro che sulle Pari Opportunità. Al governo Monti, il cui obiettivo principale «è concentrarsi sulle riforme strutturali, economiche e del mercato del lavoro, per affrontare la crisi economica nazionale», l’Onu “raccomanda” di «intervenire sulle cause strutturali della disuguaglianza di genere e della discriminazione». E di intervenire sulla violenza identificandola per esempio nella sua reale entità, riunendo i codici civile e penale, formando i giudici per rafforzare le loro competenze, sostenendo economicamente i centri antiviolenza.

Quella che Manjoo elenca è una lunga serie di “raccomandazioni” che dovrebbero illuminare politiche più attente. « Dovrebbero spingere il governo ad attivarsi al più presto», dice Simona Lanzoni di Pangea. «L’insieme delle raccomandazioni offre un buon impianto al governo per sviluppare una politica reattiva. Tra le più urgenti affinché si riconosca il reale peso e si facciano leggi di conseguenza c’è la raccolta omogenea dei dati. Vitali come l’invito a ratificare la Convenzione di Istanbul per la prevenzione della violenza, la protezione delle vittime e la condanna dei colpevoli. Avrebbe dovuto essere firmata ad aprile. Ma il governo è silente». Ci sarebbero tutti i pilastri perché le istituzioni insieme alla società civile rielaborassero il Piano nazionale contro la violenza che deve essere fatto entro il 2013. «Non considerare queste urgenze, che ora sono sostenute anche dall’Onu, significa diminuire lo sviluppo del paese». Finché non si considera la violenza sulle donne un costo economico che erode il pil e l’economia, oltre che le’equilibrio della socità, sostiene Simona Lanzoni, l’Italia riuscirà a garantire i diritti solo a metà.

Difficile per una donna che ha subito maltrattamenti in casa tornare al lavoro il giorno dopo. La vergogna di mostrare i segni. Come potrà procurarsi un certificato medico? E quanto tempo impiegherà a tornare ad avere un redito? Come non farla sparire nell’economia sommersa? Anche a questedomande risponde il lungo rapporto, risultato di una missione conoscitiva di Rashida Manjoo, la prima del genere in Italia, durante la quale ha incontrato la corte di Cassazione, rappresentanti dei Tribunali, della polizia di Stato e del corpo dei Carabinieri, visitando pronto soccorso, centri antiviolenza e case rifugio. Oltre ad aver raccolto le testimonianze di donne vittime di violenza e di esponenti di associazioni che sulla dignità, la violenza e il femminicidio lavorano.

«Per la prima volta è stato presentato alle Nazioni Unite un rapporto tematico sul femminicidio, o meglio sugli omicidi basati sul genere, femmicidi e femminicidi», dice Barbara Spinelli. «Si tratta di un evento epocale, che costringe i Governi di tutto il mondo a confrontarsi con la propria responsabilità per quello che Amartya Sen ha definito “il genocidio nascosto”. Nel Rapportola Relatrice Speciale afferma che culturalmente e socialmente occultate, queste diverse manifestazioni degli omicidi basati sul genere continuano a essere accettate, tollerate o giustificate, e l’impunità èla regola. Con riguardo agli omicidi basati sul genere, è veramente carente l’assunzione di responsabilità da parte degli Stati nell’agire con la dovuta diligenza per la promozione e protezione dei diritti delle donne». Il Rapporto contiene anche dati sul femminicidio in Italia e in Europa. «Sono estremamente onorata di aver contribuito, unica europea, ai lavori che hanno portato allastesura di questo Rapporto», concludeBarbara Spinelli rilanciando l’attivismo delle associazioni. Per loro e per la società civile, il Rapporto rafforza idee e azioni. Non si conoscono ancora le reazioni del governo.

mercoledì 1 febbraio 2012

Visita ufficiale in Italia della Relatrice Speciale ONU contro la violenza sulle donne

Violenza contro le donne: Si è conclusa la visita in Italia dell'Esperto delle Nazioni Unite

ITALIA/GINEVRA (26 gennaio 2012) – Si è conclusa oggi la missione conoscitiva in Italia del Relatore speciale dell’ONU per la Violenza contro donne, le sue cause e conseguenze, Rashida Manjoo, che ha pronunciato la seguente dichiarazione preliminare:

"Desidero anzitutto manifestare la mia gratitudine al Governo italiano per aver risposto prontamente alla mia richiesta di effettuare questa missione, come pure per l'eccellente cooperazione di cui ho beneficiato nel corso della mia visita di 12 giorni nel paese. Ringrazio anche i miei interlocutori, inclusi i funzionari pubblici di alto livello delle amministrazioni centrali e locali, i singoli e le organizzazioni della società civile, i rappresentanti del mondo accademico, le donne presso le strutture detentive e in particolar modo le superstiti della violenza. Nell'ambito delle mie attività a Roma, Milano, Bologna e Napoli ho visitato anche centri antiviolenza per le donne, un campo autorizzato per la comunità Rom e Sinti, carceri e strutture detentive per donne e minori e un centro di detenzione per immigrati irregolari; ho anche tenuto una serie di incontri presso un'università.

La mia visita è stata incentrata, in linea generale, sul tema della violenza contro le donne in quattro contesti: l'ambito domestico, la comunità, la violenza perpetrata o condonata dallo Stato e la violenza in un contesto transnazionale. Tra le questioni esaminate rientrano la violenza domestica; il femminicidio; la violenza contro le donne vittima di forme multiple e interrelate di discriminazione comprese le donne Rom, Sinti e altre donne migranti; donne presso le strutture detentive, donne disabili e transessuali.

Dai miei colloqui con i fornitori statali e non statali di servizi come la polizia, i giudici, i mediatori culturali, le associazioni che si adoperano per la promozione e la protezione dei diritti delle donne nonché gli operatori e gli ospiti dei centri anti-violenza per le donne, è emersa l'esistenza di una vasta esperienza e competenza nella fornitura dei servizi, inclusa l'assistenza legale, sociale, psicologica ed economica alle vittime della violenza contro le donne. La costruzione di tali abilità è stata possibile grazie ai finanziamenti pubblici, con partenariati collaborativi pubblico-privati e fonti di finanziamento esterne.

Purtroppo, la violenza sulle donne resta un problema in Italia, similmente a quanto accade in molti altri paesi del mondo. Con dati statistici che vanno dal 70 all'87% a seconda della fonte, la violenza domestica risulta essere la forma di violenza più pervasiva che continua a colpire le donne in tutto il paese. Il continuum della violenza tra le mura domestiche si riflette nel numero crescente delle vittime di femminicidio: dalle statistiche fornite risulta che, nel 2006, 101 donne sono state uccise dal partner, dal marito o dall'ex partner, e il dato per il 2010 è aumentato a 127. Gran parte delle manifestazioni della violenza non viene denunciata in un contesto caratterizzato da una società patriarcale e incentrato sulla famiglia; la violenza domestica, inoltre, non sempre viene percepita come reato; emerge poi il tema della dipendenza economica, come pure la percezione che la risposta dello Stato a tali denunce possa non risultare appropriata o utile. Per di più, un quadro giuridico frammentario e l'inadeguatezza delle indagini, delle sanzioni e del risarcimento alle donne vittima di violenza sono fattori che contribuiscono al muro di silenzio e di invisibilità che circonda questo tema.

È importante sottolineare che le statistiche citate non tengono necessariamente conto della prevalenza della violenza sulle donne Rom e Sinti e sulle donne che appartengono ad altre minoranze. In quanto minoranze, questi gruppi affrontano forme multiple di violenza e discriminazione sia nella sfera privata che in quella pubblica. Tale condizione è poi esacerbata, tra l'altro, dal loro status civile - regolare o meno, dalle loro realtà socio-economiche e dalla mancanza di fiducia nel sistema statale. La situazione di queste donne risulta spesso caratterizzata dall'assenza di opportunità e servizi adeguati in campo abitativo, sanitario, formativo e occupazionale. Ho inoltre appreso che il perpetuarsi della discriminazione e della violenza contro queste donne, a livello individuale come istituzionale, le rende reticenti a rivolgersi ai servizi sanitari, legali, sociali e di sostegno.

Per quanto riguarda le donne in carcere, sono stata informata in merito alle difficoltà di accesso alle opportunità di studio e lavoro, difficoltà riconducibili alla mancanza di risorse e alle pratiche discriminatorie poste in essere dal personale delle strutture carcerarie. Ho anche rilevato con preoccupazione le numerose lamentele riguardo la disparità di trattamento da parte di alcuni giudici di sorveglianza nel riesame delle sentenze per la scarcerazione anticipata delle detenute che soddisfano i requisiti per misure alternative al carcere. Inoltre, i problemi che affrontano le detenute con figli minorenni all'interno e/o fuori dal carcere dovrebbero essere presi in esame e, ove possibile, occorre valutare eventuali pene alternative.

Plaudo alle azioni intraprese dal governo per far fronte al tema della violenza contro le donne, anche attraverso la promulgazione di normative come la legge sugli atti persecutori (stalking); l'elaborazione di piani d'azione nazionali sulla violenza contro le donne nonché su donne, pace e sicurezza; un Piano Nazionale per l'inclusione delle donne nel mercato del lavoro e la creazione e l'accorpamento di organismi governativi incaricati della promozione e protezione dei diritti delle donne. Tuttavia, le sfide sono ancora tante: tra queste, la piena ed effettiva partecipazione delle donne al settore del lavoro pubblico e privato e alla sfera politica. Il quadro politico e giuridico frammentario e la limitatezza delle risorse finanziarie per contrastare la violenza sulle donne, infatti, ostacolano un'efficace ottemperanza dell'Italia ai suoi obblighi internazionali. A questo proposito, vorrei ribadire l’opportunità di trovare soluzioni olistiche che consentano di far fronte sia alle necessità individuali delle donne che alle barriere sociali, economiche e culturali che sono una realtà nelle vite di tutte le donne. La presa in carico di tali necessità deve andare di pari passo con un cambiamento sociale per contrastare le cause sistemiche e strutturali delle disuguaglianze e della discriminazione che molto spesso portano alla violenza sulle donne.

Infine, vorrei sottolineare che l'attuale situazione politica ed economica dell’Italia non può essere utilizzata come giustificazione per la diminuzione di attenzione e risorse dedicate alla lotta contro tutte le manifestazioni della violenza su donne e bambine in questo paese. Invito quindi tutte le parti coinvolte ad assumersi, in questo momento cruciale, la responsabilità di promuovere i diritti umani per tutti e, cosa più importante, a far sì che il tema della violenza contro le donne rimanga tra le priorità dell'agenda nazionale. Esorto il settore governativo e quello non governativo ad adottare un approccio più coerente e creativo, così da favorire la transizione verso una società politicamente ed economicamente stabile in cui la promozione e la protezione dei diritti umani di tutti gli individui possa diventare un obiettivo centrale in quest'epoca di crisi e cambiamento.

Le conclusioni dettagliate della missione saranno illustrate nel Rapporto che presenterò al Consiglio dei Diritti umani delle Nazioni Unite nel giugno del 2012."

ENDS



Ms. Rashida Manjoo (South Africa) was appointed Special Rapporteur on Violence against women, its causes and consequences in June 2009 by the UN Human Rights Council, for an initial period of three year. As Special Rapporteur, she is independent from any government or organization and serves in her individual capacity. Ms. Manjoo is also a Professor at the Department of Public Law at the University of Cape Town.



For additional information on the mandate of the Special Rapporteur, please visit:

http://www2.ohchr.org/english/issues/women/rapporteur/index.htm

Check the UN Declaration on the Elimination of Violence against Women:


OHCHR Country Page – Italy

http://ohchr.org/EN/countries/ENACARegion/Pages/ITIndex.aspx

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venerdì 27 gennaio 2012

L'ONU all'Italia: niente tagli anticrisi sulla pelle delle donne

di Luisa Betti
27.01.2012

di Luisa Betti, Antiviolenza


27 gennaio 2012

La relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza di genere in missione a Roma per esaminare l'inquietante "caso Italia". La questione della violenza domestica e le raccomandazioni al governo.
Le donne italiane fanno sentire la loro voce: a Roma, Milano, Bologna, Napoli, Catania. Non ce la fanno più a vedersi rappresentate come pin-up col culo per aria, a lavorare di più e guadagnare meno, a sottostare alle prepotenze maschili in casa e fuori casa, a essere considerate delle bambole di carne senza cervello; e hanno dichiarato guerra a chi le discrimina, le violenta, le uccide.

Ieri è stata una giornata intensa per queste donne: perché mentre in diverse città si preparavano fiaccolate in ricordo di Stefania Noce, uccisa dall’ex fidanzato a coltellate il 26 dicembre scorso, e di tutte le donne uccise in questi mesi, Rachida Manjoo, esperta indipendente incaricata dal Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite per il monitoraggio della violenza contro le donne nel mondo, concludeva la sua visita ufficiale nel nostro paese dando ai giornalisti/e presenti ieri alla Sioi (Società italiana per l'organizzazione internazionale di Roma), un'anteprima del rapporto che presenterà a giugno alla 20a sessione del Consiglio dei Diritti Umani.

Un rapporto che arriva dopo il grande e intenso lavoro della Piattaforma “Lavori in corsa – 30 anni CEDAW”, (Actionaid, Arci, Pangea, Differenza donna, Be Free, Casa internazionale delle donne, Fratelli dell'uomo, Giuristi democratici e Le9) che a luglio ha presentato alle Nazioni Unite a New York il suo “Rapporto ombra” sulla situazione delle donne italiane. Una settimana fa la Piattaforma ha presentato il Rapporto ombra anche a Montecitorio, grazie all’on. Rosa Calipari, portando a Roma Violeta Neubauer, rappresentante Cedaw (Comitato Onu che vigila sull’applicazione della Convenzione internazionale per l’eliminazione delle discriminazione nei confronti delle donne), che ha bacchettato a dovere le istituzioni italiane per la loro inadempienza e il forte ritardo nel rispetto della Convenzione Internazionale ratificata dall’Italia 27 anni fa.

Un lavoro, quello della Piattaforma, fatto da donne italiane che si sono indebitate per far conoscere la nostra situazione e che per la visita di Rashida Manjoo si sono mobilitate, insieme a tutte le associazioni, per far vedere alla relatrice dell’Onu la nostra realtà.

La cosa importante infatti non sono tanto i dati, che più o meno conoscevamo, riguardo la violenza, quanto la portata dell’evento: è la prima volta che una inviata speciale dell’Onu sulla violenza di genere si è dedicata alla situazione italiana, esaminandone gli aspetti più inquietanti e dialogando con le istituzioni, per portare poi il caso al Congresso sui diritti umani di giugno.

Rashida Manjoo si è soffermata su diversi punti, primo tra tutti la violenza domestica che si rivela come “la forma di violenza più pervasiva che continua a colpire le donne italiane”, cioè la più diffusa e la più capillare, presente tra il 70 e l’87% dei casi (i dati non sono mai precisi perché i dati ufficiali, quando ci sono, non coincidono quasi mai con quelli delle associazioni che lavorano sul territorio), in cui le donne “non denunciano e non segnalano” sia perché sono all’interno di un “contesto culturale patriarcale incentrato sulla famiglia” con forte dipendenza economica della donna, sia perché la percezione riguardo alle istituzioni non è quella di uno Stato che protegge le donne, ma al contrario le espone in “un quadro giuridico frammentario con inadeguatezza delle indagini, delle sanzioni e del risarcimento alle vittime, fattori che contribuiscono al muro di silenzio e di invisibilità che circonda questo tema”.

“Sulla violenza domestica – continua Manjoo – è doverosa una sensibilizzazione forte perché questa violenza non viene ancora percepita come un reato e un danno, e viene troppe volte considerata normale all’interno della famiglia. Una cosa che avviene sia nei nuclei italiani che tra le minoranze presenti nel paese e in entrambi i casi le donne non si sentono tutelate né all’interno delle mura domestiche né dallo Stato, in un contesto culturale in cui spesso non si rendono conto di quello che succede perché non ne hanno piena consapevolezza”. Una violenza che anche agli occhi della relatrice dell’Onu non è slegata dal resto perché, afferma, “se nella società e nei media la donna viene rappresentata in maniera riduttiva e viene considerata esclusivamente come oggetto sessuale e come madre, si crea un terreno fertile per discriminazione e violenza di genere”.

Ma cosa fa il nostro governo rispetto a un quadro così chiaro? Rashida Manjoo, durante la conferenza stampa, è rimasta sorpresa di alcuni fatti: il primo, di non aver incontrato donne provenienti dal Nord Africa nei Cie: “Che fine hanno fatto tutte le donne che sono sbarcate in Italia? Alcune le ho incontrate ai centri antiviolenza, altre in carcere, e il resto?”; secondo, di aver appreso che da noi c’è una nuova legge, passata alla Camera ma ancora in sospeso, per cui i bambini possono stare in carcere con le mamme non più fino ai tre ma fino ai sei anni: “Non mi sembra una buona idea, i bambini devono vivere in una casa e andare a scuola, perché non si applicano pene alternative come la detenzione domiciliare?”. Perplessità legittime in un paese civile. Ma l’Italia è civile? Perché in un paese in cui viene ormai uccisa una donna ogni due giorni per motivi di genere (cioè in quanto donna) e per la maggior parte per mano di un partner o di un ex, non c’è un piano efficace di sostegno ai centri antiviolenza, dato che la maggior parte di questi femmicidi si consuma in famiglia ed è preceduta da ripetuti episodi di violenza domestica?

“Nei centri antiviolenza che ho visitato – chiarisce la relatrice speciale dell’Onu - c’è tutto quello che occorre a una donna che subisce violenza: sostegno psicologico, assistenza legale specializzata, accudimento delle donne e dei bambini che sono presenti. Ma il problema è che queste associazioni non sono finanziate in maniera costante soprattutto dagli enti locali e molto lavoro viene fatto a livello volontario. Una situazione che io stessa ho sottolineato al governo italiano perché se la forte competenza di questi centri non viene sostenuta economicamente, tutto il patrimonio di questo lavoro che si è accumulato negli anni rischia di andare perso”.

La piattaforma, insieme all’Associazione nazionale Dire (Donne in rete contro la violenza) ha promosso oggi, a ridosso dela conferenza, un messaggio in cui si chiede alle istituzioni, oltre alla ratifica della Convenzione Europea per la prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne di Istanbul (vergognoso che l’Italia non l’abbia ancora almeno firmata) e all’applicazione reale della Convenzione internazionale per l'eliminazione delle discriminazione nei confronti delle donne, anche il varo di “una legge che definisca la violenza di genere in tutte le sue forme prendendo atto delle raccomandazioni Cedaw al governo italiano” e “un impegno particolare nell’applicazione della Convenzione internazionale, che coinvolga gli enti locali che dovranno mantenere un costante sostegno economico ai centri antiviolenza italiani”.

Il messaggio al governo italiano sulla “questione femminile” è stato quindi, in questi giorni, chiaro e netto da più parti, e nel caso ci fosse qualche dubbio la stessa relatrice speciale ha precisato che “l’attuale situazione politica ed economica dell'Italia non può essere utilizzata come giustificazione per la diminuzione di attenzione e risorse dedicate alla lotta contro tutte le manifestazioni della violenza su donne e bambine in questo Paese. Le sfide sono ancora tante, e tra queste la piena ed effettiva partecipazione delle donne al lavoro e alla sfera politica”.

giovedì 26 gennaio 2012

Oggi conferenza stampa conclusiva della visita ufficiale in Italia della Relatrice Speciale ONU contro la violenza sulle donne Rashida Manjoo

(ANSA)
La violenza sulle donne "resta un problema in Italia": l'accusa giunge oggi dalla relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, Rashida Manjoo, al termine di una missione conoscitiva, la prima di questo tipo in Italia.
L'inviata dell'Onu ha puntato il dito sulla violenza e la situazione carceraria, e ha esortato a non utilizzare la crisi economica del Paese come alibi per il calo di risorse a attenzione su questo grande problema.
"Con dati statistici che vanno dal 70% all'87% - ha detto - la violenza domestica risulta essere la forma di violenza piu' pervasiva che continua a colpire le donne in tutto il Paese". Le vittime di omicidio da parte di partner o ex partner, ha detto, sono passate da 101 nel 2006 a 127 nel 2010, e gran parte delle violenze non viene denunciato, a causa del "contesto patriarcale e incentrato sulla famiglia" in cui la donna vive ancora in Italia. La violenza domestica, inoltre, non viene sempre percepita come reato. Per di piu', "un quadro giuridico frammentario e l'inadeguatezza delle indagini, delle sanzioni e del risarcimento alle vittime sono fattori che contribuiscono al muro di silenzio e di invisibilita' che circonda questo tema".
Quanto ai penitenziari, la relatrice dell'Onu ha riferito di essere stata informata sulle difficolta' di accesso allo studio e al lavoro, "riconducibili alla mancanza di risorse e alle pratiche discriminatorie da parte del personale delle strutture carcerarie" e della "disparita' di trattamento da parte di alcuni giudici di sorveglianza nel riesame delle sentenze per la scarcerazione anticipata delle detenute che soddisfano i requisiti per le misure alternative al carcere".
Inoltre, "i problemi che affrontano le detenute con figli minori all'interno e fuori dal carcere dovrebbero essere presi in esame e, ove possibile, occorre valutare eventuali pene alternative". Manjoo si e' detta contraria alla possibilita' di far restare con le mamme in carcere i figli fino a 6 anni (ora e' fino a tre): "so che se ne sta discutendo in Italia ma non e' una buona idea, invito a riflettere bene su questo punto".
Manjoo ha applaudito alle azioni intraprese di recente come la legge sullo stalking, i piani d'azione nazionali sulla violenza contro le donne e il Piano nazionale per l'inclusione delle donne nel mercato del lavoro. Tuttavia, ha aggiunto, "le sfide sono ancora tante" e tra queste "la piena ed effettiva partecipazione delle donne al lavoro e alla sfera politica".
"Il quadro politico e giuridico frammentario e la limitatezza delle risorse finanziarie per contrastare la violenza sulle donne, infatti - ha detto - ostacolano un'efficace ottemperanza dell'Italia ai suoi obblighi internazionali".
"L'attuale situazione politica ed economica dell'Italia non puo' essere utilizzata come giustificazione per la diminuzione di attenzione e risorse dedicate alla lotta contro tutte le manifestazioni della violenza su donne e bambine in questo Paese" ha concluso, invitando "tutte le parti coinvolte ad assumersi la responsabilita' di promuovere i diritti umani per tutti e a far si' che la violenza contro le donne rimanga tra le priorita' dell'agenda nazionale". (ANSA).

domenica 15 gennaio 2012

Oggi ha inizio la visita ufficiale della Relatrice ONU contro la violenza sulle donne in Italia

Nel 2010 Giuristi Democratici, la rete nazionale dei centri antiviolenza DI.RE e la Piattaforma "30 anni di CEDAW: lavori in corsa" hanno invitato in Italia per una serie di conferenze la Relatrice Speciale ONU contro la violenza maschile sulle donne RASHIDA MANJOO.

Da domani, RASHIDA MANJOO inizierà la sua visita ufficiale in Italia, dove toccherà le città di Roma, Milano, Bologna, Napoli.

Qui di seguito il comunicato stampa ufficiale e, tratto dal sito ONU, il significato che assume la sua visita ufficiale.

Violence against women / Italy: UN expert announces first fact-finding mission to the country

GENEVA / ROME – United Nations Special Rapporteur Rashida Manjoo will visit Italy from 15 to 26 January 2012 to gather information on the issue of violence against women in the country. This will be the first visit to Italy by an independent expert charged by the UN Human Rights Council to monitor violence against women, its causes and consequences.

“Violence against women remains a grave and persistent problem in the world today,” said Ms. Manjoo, who is visiting the country at the invitation of the Government. “This mission provides me with a unique opportunity to discuss and report on the impact of policies and programmes adopted by Italy to fight the problem.”

The Special Rapporteur’s mandate on violence against women, its causes and consequences includes violence in the family, violence within the community, violence perpetrated or condoned by the State, and violence in the transnational sphere, including violence against refugee, asylum seeking and migrant women.

The Special Rapporteur will travel to Rome, Milan, Bologna and Naples where she will hold discussions with government authorities and representatives of civil society. Among her areas of focus will be issues relating to violence against migrant women including Roma and Sinti women. The Special Rapporteur will also visit shelters and detention centers, and will meet with individual victims of gender-based violence.

A press conference on the initial findings of the visit will be held at the Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (SIOI) in Rome on Thursday 26 January 2012 at 13:00pm.

Based on the information obtained during the visit, Ms. Manjoo will present a report with her final findings and recommendations to the 20th session of the Human Rights Council in June 2012.

Ms. Rashida Manjoo (South Africa) was appointed Special Rapporteur on Violence against women, its causes and consequences in June 2009 by the UN Human Rights Council, for an initial period of three year. As Special Rapporteur, she is independent from any government or organization and serves in her individual capacity. Ms. Manjoo is also a Professor at the Department of Public Law at the University of Cape Town.

For additional information on the mandate of the Special Rapporteur, please visit:

Check the UN Declaration on the Elimination of Violence against Women:

OHCHR Country Page – Italy

For press inquiries please contact Fabio Graziosi (Tel: +32 (0)2 788 8469 / email: graziosi@unric.org), Selma Vadala (Tel: +41 (0)79-444-4332 / email: svadala@ohchr.org)

For media inquiries related to other UN independent experts:
Xabier Celaya, UN Human Rights Media Unit (+ 41 22 917 9383 / xcelaya@ohchr.org)

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Mandate holders carry out country visits to investigate the situation of human rights at the national level. Mandate holders typically send a letter to the Government requesting to visit the country, and, if the Government agrees, an invitation to visit is extended. Some countries have issued "standing invitations", which means that they are, in principle, prepared to receive a visit from any special procedures mandate holder.

During such missions, the experts assess the general human rights situation in a given country, as well as the specific institutional, legal, judicial, administrative and de facto situation under their respective mandates. During the country visit the experts will meet with national and local authorities, including members of the judiciary and parliamentarians; members of the national human rights institution, if applicable; non-governmental organizations, civil society organizations and victims of human rights violations; the UN and other inter-governmental agencies; and the press when giving a press-conference at the end of the mission. After their visits, special procedures' mandate-holders submit a mission report to the Human Rights Council including their findings and recommendations.

Mandate holders at times also visit various International Organizations that have cross-cutting themes with the mandates. For example, official visits were made to the World Bank, FAO, World Trade Organization, World Health Organization etc. and reports on recommendations arising from the visits have been issued.

Terms of Reference for Fact-finding missions by Special Procedures
The terms of reference for country visits were adopted at the fourth annual meeting of the special rapporteurs (E/CN.4/1998/45) and are intended to guide Governments in the conduct of the visit. During fact-finding missions, special procedures of the Human Rights Council, as well as of United Nations staff accompanying them, should be given the following guarantees and facilities by the Government that invited them to visit its country:

(a) Freedom of movement in the whole country, including facilitation of transport, in particular to restricted areas;

(b) Freedom of inquiry, in particular as regards:

(i) Access to all prisons, detention centres and places of interrogation;

(ii) Contacts with central and local authorities of all branches of government;

(iii) Contacts with representatives of non-governmental organizations, other private institutions and the media;

(iv) Confidential and unsupervised contact with witnesses and other private persons, including persons deprived of their liberty, considered necessary to fulfil the mandate of the special rapporteur; and

(v) Full access to all documentary material relevant to the mandate;

(c) Assurance by the Government that persons, whether officials or private individuals, who have been in contact with the special rapporteur/representative in relation to the mandate, will not, as a result, suffer threats, harassment or punishment or be subjected to judicial proceedings;

(d) Appropriate security arrangements without, however, restricting the freedom of movement and inquiry referred to above;

(e) Extension of the same guarantees and facilities mentioned above to the appropriate United Nations staff who will assist the special rapporteur before, during and after the visit.

mercoledì 20 gennaio 2010

LA CEDAW E IL PROTOCOLLO OPZIONALE - DUE IMPORTANTI CONQUISTE GIURIDICHE PER UNA DEMOCRAZIA DI GENERE


CEDAW and Optional Protocol – two important legal steps to gender
democracy

by Dr. Lilian Hofmeister

Relazione tenuta in occasione del seminario di formazione forense “Gli strumenti internazionali per la tutela delle vittime di violenza e discriminazioni di genere”, organizzato da Giuristi Democratici e D.i.RE. Bologna, 14.01.2010.

I Personal approach
II Short history
III Optional Protocol : some remarks
IV The situation in Austria
V Sahide and Fatma are dead !
VI Gender democracy now ?

I
Personal approach
May I introduce myself.
I am from Austria and I have been working as a judge specialised in commercial law since 1976.However, since the 1980ies I have also focussed an the implementation of human rights at the international and national level. I was one of the legal „ghost -writers“ for Ms. Johanna DOHNAL und so one of the mothers of the Austrian Federal Act on Protection against Domestic Violence 1997,a legal milestone. She was the first Austrian Minister for Women´s Affairs and is a famous feminist an lesbian. Not beeing an lawyer herself she had signed and promoted CEDAW. In the 1980ies and 1990ies Austrian´s male leading legal experts denied the existence of that undoubtedly legal binding treaty. During the following years they kept CEDAW secret and did not publish it in their text books and legal editions.
In 1993 I was a delegate at the UN World Conference on Human Rights in Vienna.
In 1995 I was a menber of the Austrian government delegation at the 4th UN World Conference on Women in Beijing. Since 1998 I was appointed Substitute Justice at the Austrian Constitutional Court.
Further, in my capacity as lecturer and communication coach, I have been dealing with the importance and impact of social rules as well as with the issue of group exclusion mechanisms. It is the fate of discriminated groups which is my greatest concern.

II
Short history

In my opinion CEDAW 1979 and its Optional Protocol 1999 certainly are the most important legal instruments in favour of women´s rights as human rights, a political slogan during the Women´s Decade ( 1975 -1985 ) of the UNO which transformed to a legal provision ( Vienna, Beijing : Declaration Art 14 ).
Italy and Austria have a similar development concerning both treaties: They besame member states of the UNO in1955. Both states signed CEDAW in1980 and ratified in the next five years.
The Optional Protocol came into force in 2000 when Italy signed beeing the tenth State Party.
Austria had a special connection to the Optional Protocol: In 1996 the Commission on the Status of Women established a working group to draft a so called „ Optional Protocol „ corresponding to CEDAW. Female individuals should have the permission of a direct application to CEDAW Committee. An individual complaint procedure should be established. Ms. Aloisia WOERGETTER, a young Austrian diplomat,was elected as chairperson and showed great personal commitment.Until March 1999 the working group was active. Finally the chairperson managed to establish this Optional Protocol as a strong and effective instrument. In October 1999 it was adopted by the UN General Assembly.

III
Optional Protocol: some remarks

It is a treaty in its own right and may be signed by those State Parties that have ratified CEDAW.
A woman, a group or somebody on behalf of a woman can send communications to CEDAW Committee, if a State Party of both treaties is suspected to have violates a woman´s right that is guaranteed under CEDAW Convention.
The state in question must have ratified both treaties before the violation. It is not necessary that the woman concerned is a national of this state,she must only be under the sovereignty and the laws. The communications must be written and must not be anonymous. A representative on behalf of a woman must prove her consent.
All national available remedies must have been exhausted. Etc.etc.

IV
The situation in Austria

CEDAW Art 1 – 4 was ratified on federal constitutional level. The treaty was non--self-executing, so feminists and NGO´s demanded the implementation into the national legal framework.
Some examples:
a. Art 7 of the Austrian Federal Constitution was repeatedly amended adapting positive actions ( Art 4 CEDAW ).
b. Family law was „ gendered „ in several legal steps.
c.Quotas for women at the universities, at the courts and other authorities of the state,in the army and in the civil service were established in many ( ordinary) laws.
Summarizing I can say that the implementation of CEDAW was a success. Before 1995, the year when Austria joined the EU, human rights for women exclusively derived from CEDAW transforming the rule of law.
It is a matter of fact that CEDAW does not refer explicitly to violence against women.
So it is verv important to know that several so called General Recommendations by CEDAW Committee addresses this fundamental issue:
Nr 12 /1989 on violence against women
Nr 14/ 1990 on female circumcision ( FGM) and other traditional practises harmful to
the health of women
Nr 19/ 1992 on violence against women.
Art 1 CEDAW includes all forms of gender-based violence which is defined as „ violence that is directed against a woman because she is a woman or that affects women disproportionately.“ The full enjoyment of human rights , especially the right to life; the right not to be subject to torture or to cruel , inhuman or degrading treatment or punishment; the right to equal protection under the laws.
In 1992 Johanna DOHNAL started the campaign „ Test the West - Gender Democracy and Violence „.In her opening address she said:
Speaking about violence is a difficult undertaking for various reasons: Day in , day out, we are confronted with images of violence, both through the media and in our own lives.Our range of reactions includes dismay, revulsion, anxiety; but also indifference,resignation and ignorance. We do live in a modern democratic society,but violence is at the same time an everyday fact.....Throughout the whole long history of patriarchy women have had to put up with violence. They are subject to gender-based discrimination ,they are faced with disadvantages , and they have never been permitted to live a life of self-determination. Humans who are denied an identity of their own, who are denied the right to be different, who are economically dependent or who are not given access to education and refused personal development,have always been victims of violence....“
Famous experts from abroad come to Vienna and spoke to us about the context between structural violence against women and gender democracy.
Catharine A. MacKinnon, Susan Schechter, Ellen Pence , Charlotte Bunch, Alberto Godenzi , Erica Fischer , Susanne Baer and others were our lecturers.
Especially the information about the Domestic Abuse Intervention Project in DULUTH/ Minnesota-USA was an inspiration for us. Then we – some feminists and NGO-representatives - eloborated a draft concerning an Anti-Domestic-Violence-Act. We had to fight against the male
staff of traditional lawyers from two ministries ( Justice and Home Affairs ). In May 1997 the Federal Act on Protection against Domestic Violence entered into force.It was a victory against the establishment of Austrian lawmakers! For women it was really a milestone because it represents a major paradigm shift: The focus is on the safety and needs of the ( female ) victim She is not obliged to leave her home. She receives protection by specialized NGO´s, so called intervention centres.On the other hand the perpetrator has to leave the home and is not allowed to contact the victim.There are new legal remedies like eviction orders by the police or/and „ interim injunctions „ under civil enforcement law.Undoubtedly the adoption of this federal act was an important step to incorporate the spirit of CEDAW into the Austrian legislation.
But from the start we „ mothers „ of that act knew that the remedies against domestic violence are only useful in cases with moderate, not really severe attacks by a perpetrator who is not a criminal. The new remedies were created in addition to the possibilities by criminal law, especially the imposition of detention.
The turning point is to assess the aggressor´s potential for further violence in a realistic way and to consider the possibility of further escalation !

V
Sahide and Fatma are dead
In September 2009 there was a conference of WAVE in Vienna. Ms.Rosa LOGAR, director of the Domestic Abuse Intervention Program Vienna andone of the founders of the Austrian Women´s Shelter Movement, spoke about two Austrian cases at CEDAW Committee and the consequences for Austria.
She told us about two women in the age of 35 to 45 years with ethnic roots in Turkey.Fatma became citizen of Austria. Both lived in Vienna.Both were murdered by their husbands in 2002 und 2003, although they had demanded protection by police and judicial authorities . Before their deaths they repeatedly suffered from threats and violent acts which had been reported. Although both offenders were evicted from their homes, the police ( in one case ) and the public prosecutor ( in both cases ) failed in assessing the actual danger for the victims that emanated from the perpetrators. Even Sahides husband had had a weapon but nobody seemed to be interested in this fact.No detention order was obtained, both male were only charged without arrest. After the murders both husbands were sentenced to life imprisonment . Sahide and Fatma had been clients of the Austrian Domestic Abuse Intervention Centre. To its duties belong counselling for victims of domestic violence and assisting Them in order to enforce their rights.
So in behalf of both women communications were sent to Cedaw Committee ( 5/2005 and 6/2005 ).It was argued that Austria had violated the rights of Sahide and Fatma under Art 1,2,3 and 5 CEDAW , because the authorities of the State Party had not taken all appropriate measures to protect their lives.
Roa LOGAR:
„ .......At its 39 th session in August 2007 the CEDAW Committee decided that Austria , in both cases, had violated the rights of the two women to protection to their lives and physical integrity according to Art 2 a and c to f of the CEDAW Convention , together with Art 3 and General Recommendation Nr 19 of the CEDAW Committee......“
„ The Committee therefore .. considers the failure not to have detained I.Y....as having been in breach of the State Party´s due diligence obligation to protect Fatma...
In both cases the CEDAW Committee acknowledges the fact that Austria´s domestic violence law established a comprehensive model of protection from domestic abuse.
However, the Committee emphasizes that this is not enough since the political will as expressed in the law must be supported by State actors put into practice the State´s due diligence obligations . In other words : it is not enough to have good laws, they also have to be enforced by all actors.
Regarding Austria´s argument that detention would have been disproportionate, the Committee notes in both cases that although it has to be considered for each case individually wether detention would disproportionately interfere in a suspect´s fundamental and human rights,“ the perpetrator´s right can not supersede women´s human rights to life und to physical and mental integrity ......“
CEDAW Committee made a number of recommendations to Austria .
Meanwhile Austria has reacted improving the legal framework ( Anti-stalking; Victim´s Protection etc.)It is a pity that training programs for judges, public prosecutors, lawyers and law enforcement officials are not established for lack of budget.
So it could occur again that Austrian authorities suppose – by error - death threats of male perpetrators against their wifes , sisters , daughters , mothers and other female relatives are only „ couple disputs „ or „disturbances „ or „ conflicts with a certain cultural background „.

V
Gender democracy now ?

Ms. Rashida MANJOO, the UN Special Rapporteur on Violence against Women, sent a message to the recent WAVE-Conference:
„...Violence against women is both universal and particular. It is universal in that there is no region of the world, no country and no culture in which women´s freedom from violence has been secured. The pervasiveness of violence against women accross the boundaries of nation, culture, race, class and religion points to its roots in patriarchy – the systemic domination of women ba men.The many forms and manifestations of violence and women´s differing experiences of violence point to the intersection between gender-bades subordination and other forms of subordination experienced by women in specific context ( Secretary-General´s report „ Ending violence against women – from words to action „ 2006 page 28 ).
Despite the existence of provisions on non-discrimination on the basis of sex in formal international legal instruments since 1945......the promotion and protection of women´s human rights remains a challenge......“

30 years CEDAW – 10 years Optional Protocol : It was even not enough time to transform European democracies ! To use CEDAW for many cases of gender-based discrimination would support and accelerate the enforcement of women´s rights as human rights.
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LE PROCEDURE SPECIALI E IL MANDATO DELLA SPECIAL RAPPORTEUR ONU SULLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE

Special Procedures and Mandate of the UN Special Rapporteur of the Human Rights Council on violence against women, its causes and consequences

Relazione di Rashida Manjoo, Special Rapporteur ONU sulla violenza contro le donne, presentata nel corso del seminario di formazione forense organizzato da Giuristi Democratici e D.i.RE a Bologna il 14.01.2010

1. What are Special Procedures

"Special procedures" is the general name given to the mechanisms established by the Commission on Human Rights and later the Human Rights Council, to address either specific country situations or thematic issues in all parts of the world. Currently, there are 39 thematic and 8 country mandates (1). The Office of the High Commissioner for Human Rights (OHCHR) provides these mechanisms with personnel, logistical and research assistance to support them in the discharge of their mandates.

Special procedure mandates usually call on mandate holders to examine, monitor, advise and publicly report on human rights situations in specific countries or territories (referred to as country mandates), or on major phenomena of human rights violations worldwide (referred to as thematic mandates). Special procedures are either an individual (bearing the title of "Special Rapporteur", "Special Representative of the Secretary-General", "Representative of the Secretary-General" or "Independent Expert") or a working group usually composed of five members (one from each region).

The mandates of the special procedures are established and defined by the resolution creating them. Mandate-holders of the special procedures serve in their personal capacity, and do not receive salaries or any other financial compensation for their work. The independent status of the mandate-holders is crucial in order to be able to fulfil their functions in all impartiality. A mandate-holder’s tenure in a given function, whether a thematic or country mandate, will be of no longer than six years (two terms of three years for thematic mandate-holders).

2. Mandate of the Special Rapporteur of the Human Rights Council on violence against women, its causes and consequences

In its resolution 1994/45, adopted on 4 March 1994, the United Nations Commission on Human Rights decided to appoint a Special Rapporteur on violence against women, including its causes and consequences. The mandate was assumed by the Human Rights Council pursuant to General Assembly resolution 60/251 of 2006 and Human Rights Council decision 2006/102. In March 2008, the mandate was extended for a period of three years by Human Rights Council resolution 7/24.

According to her mandate, the Special Rapporteur is requested to:

(a) Seek and receive information on violence against women, its causes and consequences, from Governments, treaty bodies, specialised agencies, other Special Rapporteurs responsible for various human rights questions, and intergovernmental and non-governmental organisations, including women's organisations, and to respond effectively to such information;

(b) Recommend measures, ways and means, at the local, national, regional and international levels, to eliminate violence against women and its causes, and to remedy its consequences;

(c) Work closely with other special procedures and human rights mechanisms of the Council and with the treaty bodies, taking into account the request of the Council that they regularly and systematically integrate the human rights of women and a gender perspective into their work, and cooperate closely with the Commission on the Status of Women in the discharge of its functions;

(d) Adopt a comprehensive and universal approach to the elimination of violence against women, its causes and consequences, including causes of violence against women related to the civil, cultural, economic, political and social spheres.

The definition of violence against women used by the Special Rapporteur follows the United Nations Declaration on the Elimination of Violence against Women, adopted by the General Assembly in its resolution 48/104 on December 1993 . The Declaration defines violence against women as any act of gender-based violence that results in, or is likely to result in, physical, sexual or psychological harm or suffering to women, including threats of such acts, coercion or arbitrary deprivation of liberty, whether occurring in public or in private life.

In the discharge, of the mandate the Special Rapporteur:

· Submits annual thematic reports to the Human Rights Council

The Special Rapporteur has been requested to submit an annual report on the activities undertaken and themes analysed under the mandate to the Human Rights Council. The thematic reports in the last several years have focused on the following topics: political economy and violence against women (2009); indicators on violence against women and State response to it (2008); the relationship between culture and violence against women (2007); the due diligence obligation to prevent and combat violence against women (2006); and intersections between HIV/AIDS and violence against women (2005). In addition to her thematic report, in 2009 the Special Rapporteur also issued a critical review of the 15 years of work of the mandate(2). The Special Rapporteur’s thematic report for 2010 will explore the issue of reparations and compensation for violence against women who have been subjected to violence. Future thematic reports will look into prevention strategies to combat violence against women and intersectionality between violence against women and multiple forms of discrimination.

· Undertakes fact-finding country visits

Mandate holders also carry out 2 or 3 country visits (‘field missions’) a year to investigate the situation of human rights at the national level. These country visits can be carried out separately or jointly with other Special Rapporteurs or working groups. Mandate holders typically send a letter to the Government requesting to visit the country and, if the Government agrees, an invitation to visit is extended. Some countries have issued a "standing invitation”, which is an open invitation extended by a Government to all thematic special procedures. By extending a standing invitation States announce that they will always accept visit requests from all special procedures. As of July 2009, a total of 66 countries had extended a standing invitation to thematic procedures. .

During such missions, the experts assess the general human rights situation in a given country, as well as the specific institutional, legal, judicial, administrative and de facto situation under their respective mandates. During the country visit the experts will meet with national and local authorities, including members of the judiciary and parliamentarians; members of the national human rights institution, if applicable; civil society organizations and victims of human rights violations; the UN and other inter-governmental agencies; and the press when giving a press-conference at the end of the mission. After their visits, special procedures mandate-holders present mission reports containing their findings and recommendations to the Human Rights Council.

Since the inception of the mandate in 1994, the Special Rapporteur on violence against women has visited and issued country reports on a total of 37 countries. The mandate has recently requested invitations to visit Zimbabwe, USA, El salvador and Somalia in 2010.

The Special Rapporteur has also conducted some country visits jointly with other mandate holders or in collaboration with other regional bodies and mechanisms. Examples include: the joint mission to Moldova with Manfred Nowak, Special Rapporteur on torture and other cruel, inhuman or degrading treatment or punishment, in July 2008; the mission to Darfur with the Special Rapporteur on Women’s Rights of the African Commission on Human and Peoples’ Rights in September 2004; and the joint visit to Turkey in November 2008 with the European Parliament’s Rapporteur on Women’s Rights.

Terms of Reference for Fact-finding missions by Special Procedures

The terms of reference for country visits were adopted at the fourth annual meeting of the Special Rapporteurs (E/CN.4/1998/45) and are intended to guide Governments in the conduct of the visit. During fact-finding missions, special procedures mandate holders as well as United Nations staff accompanying them, should be given the following guarantees and facilities by the Government that invited them to visit its country:

(a) Freedom of movement in the whole country, including facilitation of transport, in particular to restricted areas;
(b) Freedom of inquiry (3);
(c) Assurance by the Government that persons, whether officials or private individuals, who have been in contact with the special Rapporteur/representative in relation to the mandate, will not, as a result, suffer threats, harassment or punishment or be subjected to judicial proceedings;
(d) Appropriate security arrangements without, however, restricting the freedom of movement and inquiry referred to above;
(e) Extension of the same guarantees and facilities mentioned above to the appropriate United Nations staff who will assist the special Rapporteur before, during and after the visit.

· Transmits communications to Member States on reported human rights violations

The Special Rapporteur transmits urgent appeals and allegation letters (communications) to States addressing reported individual cases and general situations of concern to her mandate. The communications, always sent with the victim’s consent, are based on reliable and credible information received from governments, intergovernmental organizations or civil society.

The dialogue established with governments by the Special Rapporteur and the transmission of allegations concerning their countries in no way implies any kind of accusation or value judgment on the part of the Special Rapporteur, but rather a request for clarification that aims to ensure, in cooperation with the government concerned, the effective prevention, investigation, and punishment of acts of violence against women as well as compensation for victims of such violations.

VAW communications sent in 2008:

In 2008, a total 911 communications were sent by special procedures as a whole to Governments in 118 countries. 66% of these were joint communications of two or more mandate holders (4).
From 5 December 2007 to 2 April 2009, the VAW mandate sent 93 communications to 34 Member States during 2008 (5). These communications addressed a wide variety of issues and forms of violence against women, such as: assaults and/or rapes perpetrated by police officers, governmental forces and other armed actors; threats and attacks against women human rights defenders; stoning of women on allegations of adultery; abductions and rapes of girls; female genital mutilation; and discriminatory legislation. Of the 34 States concerned, only 19 Governments responded to communications sent by the VAW mandate during that period.

The mandate issues most of its communications jointly with other mandates. Indeed in 2008, 80 out of the 93 communications were sent jointly with other mandate holders, mainly with the mandates on human rights defenders, freedom of expression, and torture. Summaries of all communications sent by the Special Rapporteur and government responses received are published in addenda to the annual thematic reports.



· Participates in consultations with civil society

Consultations with civil society have become an integral part of the work of the Special Rapporteur on Violence against Women, its causes and consequences. Some NGOs have been facilitating consultations with the Special Rapporteur since the inception of the mandate.

Regional and national consultations provide important input into the work of the Special Rapporteur by highlighting regional and national specificities, and provide an opportunity for women’s groups from a specific region/country to inform the Special Rapporteur of the violations of women’s rights occurring in their region/country. In addition, some consultations have focused on discussions around the elected topic of the Special Rapporteur’s annual report to the UN Human Rights Council.

Consultations with civil society also allow NGOs to become familiar with opportunities the Special Rapporteur’s mandate offers in advancing their national and regional initiatives. The Special Rapporteur is grateful to those NGOs taking the lead in organising these consultations and encourages them to provide reports on the findings of the consultations or other outcome documents.

3. Entry Points for NGOs

NGOs are an invaluable partner in the work of the Special Rapporteur and the VAW mandate. This is reflected in the longstanding and prominent relationship that the mandate has maintained with NGOs from all regions of the world, including through regular regional consultations. In addition to these consultations, NGOs play a vital role with regard to other regular activities of the mandate, including in the context of the communications procedure and country missions.

Submitting Communications

While some complaints are received directly from individuals affected, the large majority of violations are brought to the attention of the Special Rapporteur by NGOs. This accessible complaint mechanism offers the advantage of not requiring that one exhaust domestic remedies, and can be used in conjunction with other international mechanisms. Although it is not required to use any particular form in submitting a case, a questionnaire is available (attached as an annex to this paper) for this purpose. The minimum information which should be provided in a complaint includes: the identity of the victim, and that of the alleged perpetrator (when known); the identification of the person or organisation submitting the complaint; the date and place of the incident; and a detailed description of the circumstances of the incident in which the violation took place. It is especially important that NGOs ensure and specify that they have obtained the consent of the victim on behalf of whom they are acting. This means that: the victim is aware and agrees that the NGO sends a case to special procedures on her behalf; is informed that if special procedures takes up the case, a letter concerning the alleged violation and containing the victim’s name will be sent to the government; and is also informed that a summary of the case will appear in a public report by the Special Rapporteur. In addition to individual cases of human rights violations, the Special Rapporteur also considers complaints relating to patterns of violations against women and other situations of concern, such as laws or bills which appear to be in violation of women’s rights and likely to lead to violence against women.

Cooperation during Country Visits

In the context of country visits, NGOs also play a key role. NGOs can provide suggestions regarding the countries to visit and the timelines of missions, as well as advise on key issues of concern to women, who to meet with, and places to visit. Furthermore, they often assist in the preparation of missions by informing and working with organisations and communities to prepare meetings with the Special Rapporteur. Country visits offer an important occasion for NGOs not only to voice their concerns, but also their recommendations to the Special Rapporteur. Given the visibility and momentum provided to the issue of VAW by the Special Rapporteur’s visits, they can represent a unique opportunity for NGOs to report on the situation in their country and promote change.

NGOs play a further and critical role in the follow up to the mission, with regard to the dissemination of the Special Rapporteur’s report, and the ongoing monitoring and reporting on the implementation of its recommendations. Some NGOs have taken up the practice of reporting annually on the progress made on these recommendations. This follow up work by NGOs can also be complemented by their contribution to other human rights processes, including through the submission of NGO reports to treaty bodies such as the Committee to CEDAW and submissions in the context of the Universal Periodic Review (UPR), in which they continue highlighting the situation of VAW and the recommendations of the Special Rapporteur.

Recent consultations with civil society organisations

· Africa Regional Consultation on sexual violence against women and girls, including in times of peace, Lusaka. Zambia, January 2010.
· Asia Pacific Regional Consultation on violations of women’s sexual and reproductive rights Bangkok, Thailand, December 2009.
· Africa Regional Consultation on violence against women in the context of conflict in the Great Lakes and Horn of Africa Region, Nairobi, Kenya, December 2008. Held jointly with the Special Rapporteur on Human Rights Defenders.
· Asia Pacific Regional and National Consultations on violence against indigenous women, New Delhi, India, October 2008. Held jointly with the Special Rapporteur on the situation of human rights and fundamental freedoms of indigenous peoples.
· CIS/Eastern Europe Regional and National consultations, St-Petersburg, Russian Federation, September 2008.
· Asia Pacific Regional and National Consultations on political economy, globalisation and militarization, Manila, Philippines, September 2007.
· Regional Consultation with women’s organizations from Georgia, Armenia and Azerbaijan in Tbilisi, Georgia, May 2007 – themes discussed included violence in times of armed conflict, domestic violence and trafficking.
· Europe Regional Consultation, London, United Kingdom, January 2007 – discussions focused on domestic violence and the situation of immigrant and refugee women.
· Asia Pacific Regional and National Consultations on the intersections between culture and violence against women, Ulanbatur, Mongolia, September 2006 (a report of the consultation can be found at: http://www.apwld.org/pdf/NegotiatingCulture.pdf ).
· Africa Regional and National Consultations, Khartum, Sudan, September 2004 – discussions focused on a wide range of issues, from harmful traditional practices to violence against women in situations of armed conflict. Held jointly with the Special Rapporteur of the African Commission on women’s rights in Africa,

(1) A list of all mandates holders is available at: http://www2.ohchr.org/english/bodies/chr/special/index.htm

(2) A/HRC/11/6/Add.5, 15 Years of the United Nations Special Rapporteur on violence against women, its causes and consequences (1994-2009) – A critical review.

(3) [1] In particular as regards: (i) Access to all prisons, detention centres and places of interrogation;(ii) Contacts with central and local authorities of all branches of government; (iii) Contacts with representatives of non-governmental organizations, other private institutions and the media; (iv) Confidential and unsupervised contact with witnesses and other private persons, including persons deprived of their liberty, considered necessary to fulfil the mandate of the special Rapporteur; and (v) Full access to all documentary material relevant to the mandate.

(4) United Nations Special Procedures, Facts and Figures 2008, OHCHR.

(5) It is noteworthy as well that 40% of communications sent by the VAW mandate in 2008 were to 5 States alone, namely Iran, India, Pakistan, Mexico and Sudan.
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For further information about the mandate and all available reports please visit the OHCHR website: http://www.ohchr.org/english/issues/women/rapporteur/
For communications to the Special Rapporteur on violence against women, please write to: vaw@ohchr.org



ANNEX


Confidential Violence against Women Information form
PETITIONER: (This information, if taken up by the Special Rapporteur, will remain confidential).
(a) Name of person/ organisation:
.......................................................................................................................................................
.......................................................................................................................................................
(b) relationship to victim(s)
.......................................................................................................................................................
.......................................................................................................................................................
(c) Address:
.......................................................................................................................................................
.......................................................................................................................................................
(d) Fax/tel/e-mail, web-site:
.......................................................................................................................................................
.......................................................................................................................................................
(e) Date petition sent:
.......................................................................................................................................................
.......................................................................................................................................................
(f) Other:
.......................................................................................................................................................
.......................................................................................................................................................
.......................................................................................................................................................
.......................................................................................................................................................

2. ALLEGED INCIDENT
(i) information about the victim(s):
(a) Name:
.......................................................................................................................................................
.......................................................................................................................................................
(b) Sex: ..........................................................................................................................................
(c) Date of Birth or Age: ...............................................................................................................
(d) Nationality:..............................................................................................................................
(e) Occupation: .............................................................................................................................
(f) Ethnic / religious / social background, if relevant:
......................................................................................................................................................
.......................................................................................................................................................
(g) Address:
......................................................................................................................................................
.......................................................................................................................................................
(h) Other relevant information: (such as passport, identity card number):
.................................................................................................................................................................................................................................

(i) Has the victim(s) given you her consent to send this communication on her behalf?
......................................................................................................................................................
.......................................................................................................................................................
(j) Has the victim(s) been informed that, if the Special Rapporteur decides to take action on her behalf, a letter concerning what happened to her will be sent to the authorities?
......................................................................................................................................................
.......................................................................................................................................................
(k) Is the victim(s) aware that, if this communication is taken up, a summary of what happened to her will appear in a public report of the Special Rapporteur?
......................................................................................................................................................
.......................................................................................................................................................
(l) Would the victim(s) prefer that her full name or merely her initials appear in the public report of the Special Rapporteur?
......................................................................................................................................................
.......................................................................................................................................................

(Please note that the full names of victims appear in communications with governments unless it is indicated that exposing the victims’ names to the government would place the victims at risk of further harm. In the public report, the names of victims under the age of 18 and victims of sexual violence will not be disclosed, but initials will be used)

(ii) information regarding the incident:
(a) Detailed description of human rights violation:
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.......................................................................................................................................................
(b) Date: ..................................................... (c) Time: ....................................................
(d) Location/country: .......................................................
(e) Number of assailants: .........
(f) Are the assailant(s) known or related to the victim? If so, how?
......................................................................................................................................................
.......................................................................................................................................................
(g) Name or nickname of assailant(s) (if unknown, description, scars or body marks such as tattoos, clothes/uniform worn, title/status, vehicle used):
......................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................
..............................................................................................................................................................................................................................................................................................................
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(h) Does the victim believe she was specifically targeted because of her sex?
If yes, why?
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(i) Has the incident been reported to the relevant State authorities? If so, which authorities?
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When?
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(j) Have the authorities taken any action after the incident?
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If so, which authorities?
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What action?
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When?
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(l) If the violation was committed by private individuals or groups (rather than government officials), include any information which might indicate that the Government failed to exercise due diligence to prevent, investigate, punish, and ensure compensation for the violations.
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(m) Has the victim seen a doctor after the incident took place? Are there any medical certificates/notes relating to the incident concerned?
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(iii) Laws or policies which are or are likely to cause or contribute to violence against women
(a) If your submission concerns a law or policy, please summarize it and the effects of its implementation on women’s human rights. Provide concrete examples, when available.
.......................................................................................................................................................
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.......................................................................................................................................................
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.......................................................................................................................................................
.......................................................................................................................................................
.......................................................................................................................................................
.......................................................................................................................................................
Please inform the Special Rapporteur of any further information which becomes available after you have submitted this form, including if your concern has been adequately addressed, or a final outcome has been determined in an investigation or trial, or an action which was planned or threatened has been carried out.

PLEASE RETURN TO
THE SPECIAL RAPPORTEUR ON VIOLENCE AGAINST WOMEN, OFFICE OF THE HIGH COMMISSIONER FOR HUMAN RIGHTS,
OHCHR-UNOG, 1211 GENEVA 10, SWITZERLAND
(Fax: 00 41 22 917 9006, e-mail: urgent-action@ohchr.org)
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