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martedì 5 giugno 2012

Affido condiviso: il ddl 957 viola i diritti di donne e bambini, il Senato rispetti le Raccomandazioni ONU

Il giorno 5 giugno 2012 è prevista la ricalendarizzazione alla Commissione Giustizia del Senato, in sede referente, del disegno di legge 957 in materia di affido condiviso.

Questo disegno di legge ha come scopo la modifica della legge n. 54/2006 in materia di affido condiviso.

Sulla dubbia costituzionalità del testo e sulle enormi criticità delle disposizioni che vorrebbe introdurre, si sono già ampliamente espresse, anche in sede di audizione parlamentari, associazioni importanti come l’AIAF e l’OUA.

A me in questa sede interessa evidenziare come già la legge 54/2006, allo stato dei fatti, si presenti come gravemente lesiva dei diritti fondamentali di donne e bambini, ed in particolare presenti profili di illegittimità costituzionale alla luce dell’art. 16 della Convenzione ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione dei confronti della donna (CEDAW).

In particolare, già nel Rapporto Ombra sull’implementazione della CEDAW in Italia redatto con la Piattaforma “30 anni CEDAW: Lavori in corsa”, abbiamo osservato come (e cito integralmente) “l’attuale disciplina sull’affido condiviso, non prevedendo esplicitamente che nei casi di maltrattamento, abuso dei mezzi di correzione, violenze sessuali, violenze fisiche, deve essere escluso l’affido condiviso, da un lato viola i diritti dei minori a una vita libera da ogni forma di violenza, dall’altro non tutela le donne vittime di violenza domestica ed anzi le espone ad un incremento del rischio di violenza da parte dell’ex coniuge a causa della gestione condivisa dei minori imposte dalla legge.

In Italia non è ancora un dato acquisito dai tribunali, dai servizi sociali e dall’opinione pubblica il collegamento diretto tra la violenza subita dalle madri e le gravi conseguenze di tipo psicologico, fisico, sociale e cognitivo sui figli, nel breve e lungo termine. Anche il rifiuto del bambino di incontrare il padre maltrattante o abusante viene spesso interpretato dai giudici e dal servizio sociale come condizionamento psicologico del bambino ad opera della madre (PAS- Parental alienation syndrome).

Il mancato riconoscimento del confine tra violenza di genere e conflittualità coniugale determina la stigmatizzazione della donna che denuncia la violenza subita su di sé o sui propri figli in sede di separazione, poiché ci si aspetta che la donna aderisca alla logica della composizione familiare.

Qualsiasi tentativo da parte della donna di far emergere il vissuto di violenza che ha caratterizzato la vita coniugale viene interpretata dalle difese dei padri separati (nell’ambito dei procedimenti di affido) come una finzione inscenata dalla donna al fine a eludere la legge sull’affido condiviso, motivata dalla sindrome di alienazione parentale”.

Il disegno di legge n. 957, andrebbe ad aggravare questo quadro già di per sé plumbeo.

Sempre citando il Rapporto Ombra:
"Padri e madri hanno entrambi e insieme un ruolo da svolgere verso i loro figli, e sarebbe veramente pericoloso, anche sul piano sociale, se mediante l’approvazione di tale disegno di legge si desse spazio a “guerre di parte” dei padri contro le madri, fondate su motivazioni che riguardano gli aspetti economici della separazione, e non le esigenze dei figli .

Questo disegno di legge, promosso con forza dalle associazioni dei padri separati, se approvato,determinerebbe una condizione della donna separata di sudditanza nei confronti dell’ex coniuge, e della sua famiglia di origine. Infatti la donna per ottenere l’affido condiviso non solo dovrebbe conciliare i propri interessi con quelli dell’ex coniuge, ma anche con quelli dei nonni, ai quali con la nuova legge verrebbe riconosciuta la possibilità di agire in giudizio per affermare il proprio diritto di visita.

Questo significa una ulteriore limitazione per la donna nella scelta del luogo dove radicare la propria vita e i propri interessi dopo la fine del matrimonio.

Inoltre, per mantenere l’assegnazione della casa familiare in caso di affido condiviso, la donna dovrebbe rinunciare a radicare in quella casa una nuova convivenza more uxorio. E’ evidente che questo disegno di legge chiede alla donna, se vuole restare madre affidataria, di rinunciare a ricostruirsi una nuova vita affettiva. L’ex coniuge in questo modo, mediante il ricatto dell’affido condiviso, mantiene di fatto un controllo fortissimo sulla nuova vita della sua ex moglie. Questo controllo, oltre a essere eccessivamente limitativo della sfera di autodeterminazione della donna in condizioni di normalità, costituisce un vero e proprio fattore di rischio di rivittimizzazione per quei casi in cui la donna abbia denunciato l’ex coniuge per violenza e, nel caso lo stesso abbia ottenuto comunque l’affido condiviso, si trovi costretta al suo controllo.

La proposta di legge, qualora approvata, obbligherebbe anche la donna che ha subito violenza ( e l’ha denunciata) a sedersi a un tavolo con il proprio aggressore e contrattare con lui le condizioni dell’affido, perché la mediazione sarebbe obbligatoria anche nei casi in cui la donna ha subito violenza.

Oltre a non prevedere la violenza di genere come causa di esclusione dell’affidamento condiviso, il disegno di legge 957 chiede il riconoscimento della sindrome di alienazione genitoriale (PAS) come causa di esclusione dell’affidamento.

Valutare l'affido dei bambini sulla base di una sindrome non riconosciuta nell'albo psichiatrico, portata avanti in America e ora anche in Italia dalle organizzazioni dei padri separati, significa privare i bambini della possibilità di difendersi nei casi di violenze subite dai padri.

In pratica significa che in qualunque procedimento di affido, se il bambino rifiuta di vedere il padre e se viene denunciato un abuso, un atto di pedofilia o di molestia sessuale, il padre ricorrerà alla PAS per dire sempre e comunque che si tratta di "condizionamento della volontà del minore" da parte della madre.

Con l’ulteriore grave conseguenza che, sulla base della diagnosi di una malattia che non esiste (in quanto non è inserita nel DSM), il giudice, senza poter valutare altri elementi ai sensi dell’art. art. 155 c.c., in violazione delle garanzie costituzionali ex art.111 Cost. , sarebbe costretto ad escludere la donna dalle decisione relativi ai figli e dal diritto di visita nei confronti dei figli”.

In Italia dietro ad un numero significativo di separazioni e divorzi si nasconde l’addio di una donna ad una situazione di maltrattamenti, molto spesso violenze morali ed economiche che i figli hanno sistematicamente subito, assistendovi, che la donna, per una serie svariata di motivi, sceglie di non denunciare.

Di questo pregresso, per quanto non denunciato, si dovrebbe però tenere conto in sede di affidamento dei minori. Spesso non è così.

Anzi, in Italia accade ben di peggio.

Accade che, anche davanti a ex coniugi condannati per reati gravi, quali maltrattamenti ed altre forme di violenza nelle relazioni di intimità, spesso agite nei confronti della partner, ma alle quali sistematicamente spesso hanno assistito anche i figli, assorbendo e subendo i danni di quel clima, i magistrati valutino questi soggetti maltrattanti genitori “adeguati”.

E’ così che, anche davanti al netto rifiuto dei minori, questi vengono comunque obbligati per legge a continuare la convivenza anche con quel genitore del quale evidentemente hanno paura, e che spesso li userà come strumento per continuare indirettamente lo stalking e la violenza psicologica nei confronti della ex.

Tutto questo perché la legge non prevede esplicitamente come causa di esclusione dell’affido condiviso neanche la condanna passata in giudicato di uno dei coniugi per reati che integrano violenza nelle relazioni di intimità (maltrattamenti, stalking ecc.).

Tantomeno alla condanna definitiva per questi reati si associa ex lege la sospensione o la decadenza dalla potestà genitoriale.

Così però dovrebbe essere in un Paese civile, che davvero voglia fare qualcosa di costruttivo e di sensato per prevenire il femminicidio (in aumento quelli commessi nel momento in cui la donna decide di separarsi, spesso con i figli come vittime collaterali) e garantire in concreto il diritto di donne e bambini a una vita libera dalla violenza.

A ricordare alle Istituzioni questa precisa obbligazione assunta attraverso la ratifica della CEDAW (nel lontano 1985) è proprio il Comitato CEDAW, che nella raccomandazione n. 50/2011 rivolta allo Stato italiano si è detto “preoccupato per la mancanza di studi sugli effetti di questo cambiamento legale, in particolare alla luce di ricerche comparative che indichino gli effetti negativi sui minori, specialmente sui bambini più piccoli, in caso di imposizione dell’affido condiviso”. Il Comitato inoltre ha espresso la propria preoccupazione “per il fatto che, nell’ambito dei procedimenti relativi all’affido condiviso, in caso di presunti episodi di abuso sui minori, possano essere prodotte consulenze basate sulla dubbia teoria della Sindrome da Alienazione Parentale”.

Il Comitato CEDAW nell’Osservazione conclusiva n. 51/2011 ha chiesto all’Italia di “valutare le modifiche normative in materia di affido condiviso dei minori, attraverso studi scientifici, al fine di valutare gli effetti di lungo termine sulle donne e sui minori, tenendo in considerazione l’esperienza registrata negli altri Paesi su queste problematiche”.

Peraltro l’Italia ha firmato la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla Prevenzione e la Lotta alla Violenza nei confronti delle donne e sulla Violenza Domestica, che, quando verrà ratificata, imporrà alle Istituzioni italiane, ai sensi dell’art. 31, sia l’adozione di le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che l'esercizio dei diritti di visita o di custodia dei figli non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima o dei bambini, sia di garantire che, al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza nei confronti delle donne e di violenza domestica.

E allora noi società civile dobbiamo pretendere con fermezza che il Parlamento rispetti le Raccomandazioni ONU ed i principi e le linee guida sancite a livello internazionale circa la protezione di donne e minori in fase di separazione e divorzio.

Due di questi sono imprescindibili: divieto assoluto di mediazione nelle ipotesi di violenza nelle relazioni di intimità, esclusione dall’affido del genitore condannato con sentenza passata in giudicato per fatti di violenza nei confronti dell’altro coniuge.

Sulla riforma della legge sull’affido condiviso in senso garantista di questi principi dovrebbe discutere il Senato, e non certo su di un disegno di legge che introdurrebbe ulteriori e più gravi elementi di rivittimizzazione secondaria nei confronti di donne e minori, in aperta violazione di quelle raccomandazioni CEDAW cui i parlamentari avrebbero invece il dovere di dare attuazione.

La Piattaforma CEDAW, i Giuristi Democratici e la società civile tutta dobbiamo mantenere alta l’attenzione per evitare che, nel più totale disinteresse istituzionale per il numero crescente di femminicidi che riempie le pagine di cronaca, attraverso l’adozione di questo disegno di legge si consumi l’ennesima forma di femminicidio istituzionale, che avrebbe ricadute dirette e gravissime sulla situazione di migliaia di donne e bambini.


05.06.2012
Avv. Barbara Spinelli
Giuristi Democratici – Piattaforma “Lavori in corsa: 30 anni CEDAW”

 
LINK

Il testo delle Raccomandazioni CEDAW all’Italia

Il Rapporto Ombra presentato all’ONU dalla Piattaforma “Lavori in corsa: 30 anni CEDAW” (pp.108-110)

Il disegno di legge 957 in discussione al Senato
Il testo
I documenti acquisiti
L’iter legislativo

giovedì 1 marzo 2012

10 marzo a Perugia: Donne che fanno la differenza

Sabato 10 Marzo 2012
66° anniversario del voto passivo alle donne

Sala della Vaccara, Palazzo dei Priori
Piazza IV Novembre, Perugia
ore 16.30

Sezione ANPI Perugia Bonfigli/Tomovic

Donne che fanno la differenza
Dalla memoria all'attualità

Saluti:
Lorena Pesaresi - Assessore alle pari opportunità del Comune di Perugia

Interverranno:
Teresa Vergalli- staffetta partigiana
"Storie di una staffetta partigiana in Emilia"

Mirella Alloisio - partigiana e presidente della sezione ANPI Perugia "Bonfigli/Tomovic"
"Le lotte e le conquiste delle donne dopo la Resistenza attraverso la vita della partigiana Edda Orsi"

Barbara Spinelli - avvocata, componente di Giuristi Democratici e della Piattaforma "Lavori in corsa: 30 anni di CEDAW"
"CEDAW e il diritto delle donne alla soggettività pubblica e politica"

Coordina:
Adelaide Coletti - giornalista

Tutte le donne, le associazioni, le organizzazioni sono invitate a partecipare al dibattito

6 marzo: presentazione delle raccomandazioni CEDAW in consiglio comunale a Novellara

Martedì 6 marzo 2012
h. 21,00
Sala del Consiglio
Comune di Novellara


Consiglio Comunale aperto
Presentazione del rapporto CEDAW sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna

con l’avvocato Barbara Spinelli - Piattaforma "30 anni di CEDAW: lavori in corsa"

Serata di riflessione sulle donne in relazione alla salute, al lavoro e alle violenze di genere ed i mezzi e misure speciali da attuare per realizzare una società non discriminante.

8 marzo: seminario di studi sulla CEDAW all'Università di Macerata

GIOVEDì 8 MARZO 2012
H. 11.00
AULA MAGNA / PIAGGIA DELL’UNIVERSITÀ, 2
MACERATA

SEMINARIO DI STUDI SULLA CEDAW




SALUTI

Luigi Lacchè
magnifico rettore università di Macerata

Stefania Cavagnoli
 presidente comitato pari opportunità università di Macerata

Federica Curzi
assessore alla pari opportunità e ai diritti umani comune di Macerata

Paola Mariani
 assessore alle pari opportunità provincia di Macerata

INTRODUCE

Ines Corti
delegata del rettore alle pari opportunità  università di Macerata

RELATORI

Natascia Mattucci
facoltà di scienze politiche  università di Macerata
La Cedaw e i diritti umani

Barbara Spinelli
avvocata,  Giuristi Democratici, Piattaforma “30 anni di CEDAW: lavori in corsa”
L’implementazione della Cedaw: il ruolo della società civile

Barbara Pojaghi
preside della facoltà di scienze della comunicazione  università di Macerata
Cedaw, genere, comunicazione

INFO / T. 0733 258 2462 e mail cherubini@unimc.it

Il 3 marzo a Genova: Lotta alle discriminazioni nei confronti delle donne e violenza di genere, facciamo il punto

Il 2 Marzo a Pisa: La violenza di genere nel Rapporto Ombra CEDAW

Venerdì 2 Marzo alle 16,30 presso la Domus Mazziniana di Pisa si terrà l'incontro La violenza di genere nel Rapporto Ombra CEDAW.
L'incontro è organizzato dall'Associazione Casa della Donna e a rappresentare la Piattaforma "Lavori in corsa: 30 anni CEDAW" sono state invitate Barbara Spinelli di Giuristi Democratici e Rossana Scaricabarozzi di Actionaid. I loro interventi saranno incentrati sul focal point della violenza contro le donne come affrontato nel Rapporto Ombra.




venerdì 27 gennaio 2012

L'ONU all'Italia: niente tagli anticrisi sulla pelle delle donne

di Luisa Betti
27.01.2012

di Luisa Betti, Antiviolenza


27 gennaio 2012

La relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza di genere in missione a Roma per esaminare l'inquietante "caso Italia". La questione della violenza domestica e le raccomandazioni al governo.
Le donne italiane fanno sentire la loro voce: a Roma, Milano, Bologna, Napoli, Catania. Non ce la fanno più a vedersi rappresentate come pin-up col culo per aria, a lavorare di più e guadagnare meno, a sottostare alle prepotenze maschili in casa e fuori casa, a essere considerate delle bambole di carne senza cervello; e hanno dichiarato guerra a chi le discrimina, le violenta, le uccide.

Ieri è stata una giornata intensa per queste donne: perché mentre in diverse città si preparavano fiaccolate in ricordo di Stefania Noce, uccisa dall’ex fidanzato a coltellate il 26 dicembre scorso, e di tutte le donne uccise in questi mesi, Rachida Manjoo, esperta indipendente incaricata dal Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite per il monitoraggio della violenza contro le donne nel mondo, concludeva la sua visita ufficiale nel nostro paese dando ai giornalisti/e presenti ieri alla Sioi (Società italiana per l'organizzazione internazionale di Roma), un'anteprima del rapporto che presenterà a giugno alla 20a sessione del Consiglio dei Diritti Umani.

Un rapporto che arriva dopo il grande e intenso lavoro della Piattaforma “Lavori in corsa – 30 anni CEDAW”, (Actionaid, Arci, Pangea, Differenza donna, Be Free, Casa internazionale delle donne, Fratelli dell'uomo, Giuristi democratici e Le9) che a luglio ha presentato alle Nazioni Unite a New York il suo “Rapporto ombra” sulla situazione delle donne italiane. Una settimana fa la Piattaforma ha presentato il Rapporto ombra anche a Montecitorio, grazie all’on. Rosa Calipari, portando a Roma Violeta Neubauer, rappresentante Cedaw (Comitato Onu che vigila sull’applicazione della Convenzione internazionale per l’eliminazione delle discriminazione nei confronti delle donne), che ha bacchettato a dovere le istituzioni italiane per la loro inadempienza e il forte ritardo nel rispetto della Convenzione Internazionale ratificata dall’Italia 27 anni fa.

Un lavoro, quello della Piattaforma, fatto da donne italiane che si sono indebitate per far conoscere la nostra situazione e che per la visita di Rashida Manjoo si sono mobilitate, insieme a tutte le associazioni, per far vedere alla relatrice dell’Onu la nostra realtà.

La cosa importante infatti non sono tanto i dati, che più o meno conoscevamo, riguardo la violenza, quanto la portata dell’evento: è la prima volta che una inviata speciale dell’Onu sulla violenza di genere si è dedicata alla situazione italiana, esaminandone gli aspetti più inquietanti e dialogando con le istituzioni, per portare poi il caso al Congresso sui diritti umani di giugno.

Rashida Manjoo si è soffermata su diversi punti, primo tra tutti la violenza domestica che si rivela come “la forma di violenza più pervasiva che continua a colpire le donne italiane”, cioè la più diffusa e la più capillare, presente tra il 70 e l’87% dei casi (i dati non sono mai precisi perché i dati ufficiali, quando ci sono, non coincidono quasi mai con quelli delle associazioni che lavorano sul territorio), in cui le donne “non denunciano e non segnalano” sia perché sono all’interno di un “contesto culturale patriarcale incentrato sulla famiglia” con forte dipendenza economica della donna, sia perché la percezione riguardo alle istituzioni non è quella di uno Stato che protegge le donne, ma al contrario le espone in “un quadro giuridico frammentario con inadeguatezza delle indagini, delle sanzioni e del risarcimento alle vittime, fattori che contribuiscono al muro di silenzio e di invisibilità che circonda questo tema”.

“Sulla violenza domestica – continua Manjoo – è doverosa una sensibilizzazione forte perché questa violenza non viene ancora percepita come un reato e un danno, e viene troppe volte considerata normale all’interno della famiglia. Una cosa che avviene sia nei nuclei italiani che tra le minoranze presenti nel paese e in entrambi i casi le donne non si sentono tutelate né all’interno delle mura domestiche né dallo Stato, in un contesto culturale in cui spesso non si rendono conto di quello che succede perché non ne hanno piena consapevolezza”. Una violenza che anche agli occhi della relatrice dell’Onu non è slegata dal resto perché, afferma, “se nella società e nei media la donna viene rappresentata in maniera riduttiva e viene considerata esclusivamente come oggetto sessuale e come madre, si crea un terreno fertile per discriminazione e violenza di genere”.

Ma cosa fa il nostro governo rispetto a un quadro così chiaro? Rashida Manjoo, durante la conferenza stampa, è rimasta sorpresa di alcuni fatti: il primo, di non aver incontrato donne provenienti dal Nord Africa nei Cie: “Che fine hanno fatto tutte le donne che sono sbarcate in Italia? Alcune le ho incontrate ai centri antiviolenza, altre in carcere, e il resto?”; secondo, di aver appreso che da noi c’è una nuova legge, passata alla Camera ma ancora in sospeso, per cui i bambini possono stare in carcere con le mamme non più fino ai tre ma fino ai sei anni: “Non mi sembra una buona idea, i bambini devono vivere in una casa e andare a scuola, perché non si applicano pene alternative come la detenzione domiciliare?”. Perplessità legittime in un paese civile. Ma l’Italia è civile? Perché in un paese in cui viene ormai uccisa una donna ogni due giorni per motivi di genere (cioè in quanto donna) e per la maggior parte per mano di un partner o di un ex, non c’è un piano efficace di sostegno ai centri antiviolenza, dato che la maggior parte di questi femmicidi si consuma in famiglia ed è preceduta da ripetuti episodi di violenza domestica?

“Nei centri antiviolenza che ho visitato – chiarisce la relatrice speciale dell’Onu - c’è tutto quello che occorre a una donna che subisce violenza: sostegno psicologico, assistenza legale specializzata, accudimento delle donne e dei bambini che sono presenti. Ma il problema è che queste associazioni non sono finanziate in maniera costante soprattutto dagli enti locali e molto lavoro viene fatto a livello volontario. Una situazione che io stessa ho sottolineato al governo italiano perché se la forte competenza di questi centri non viene sostenuta economicamente, tutto il patrimonio di questo lavoro che si è accumulato negli anni rischia di andare perso”.

La piattaforma, insieme all’Associazione nazionale Dire (Donne in rete contro la violenza) ha promosso oggi, a ridosso dela conferenza, un messaggio in cui si chiede alle istituzioni, oltre alla ratifica della Convenzione Europea per la prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne di Istanbul (vergognoso che l’Italia non l’abbia ancora almeno firmata) e all’applicazione reale della Convenzione internazionale per l'eliminazione delle discriminazione nei confronti delle donne, anche il varo di “una legge che definisca la violenza di genere in tutte le sue forme prendendo atto delle raccomandazioni Cedaw al governo italiano” e “un impegno particolare nell’applicazione della Convenzione internazionale, che coinvolga gli enti locali che dovranno mantenere un costante sostegno economico ai centri antiviolenza italiani”.

Il messaggio al governo italiano sulla “questione femminile” è stato quindi, in questi giorni, chiaro e netto da più parti, e nel caso ci fosse qualche dubbio la stessa relatrice speciale ha precisato che “l’attuale situazione politica ed economica dell'Italia non può essere utilizzata come giustificazione per la diminuzione di attenzione e risorse dedicate alla lotta contro tutte le manifestazioni della violenza su donne e bambine in questo Paese. Le sfide sono ancora tante, e tra queste la piena ed effettiva partecipazione delle donne al lavoro e alla sfera politica”.

giovedì 19 gennaio 2012

Violenza sulle donne, femminicidio in aumento in Italia

“Rapporto Ombra”. La violenza maschile prima causa di morte per le donne in Ue e nel mondo. Più 6,7% nel 2010 rispetto al 2009: 127 donne uccise in un anno, per 114 l’assassino è un familiare. Calipari (Pd): "Allentare la morsa discriminatoria. Piano nazionale antiviolenza, legge su dimissioni in bianco e cambiare la legge elettorale"

di Redattore  Sociale

ROMA – La violenza maschile sulle donne è la prima causa di morte per le donne in tutta Europa e nel mondo. Nel nostro continente ogni giorno 7 donne vengono uccise dai propri partner o ex partner. In Italia solo nel 2010 i casi di femminicidio sono stati 127: il 6,7% in più rispetto all’anno precedente. Di queste, 114 sono state uccise da membri della famiglia. In particolare, 68 sono state uccise dal partner e 29 dall’ex partner. Dunque, in più della metà dei casi il femmicidio è stato commesso nell’ambito di una relazione sentimentale, in corso o appena terminata, per mano del coniuge, convivente, fidanzato o ex. La maggior parte delle vittime è italiana (78%), così come la maggior parte degli uomini che le hanno uccise (79%). Solo una minima parte di questi delitti è avvenuta per mano di sconosciuti. Nella restante parte dei casi è avvenuto per mano di un altro parente della vittima o comunque di persona conosciuta. E’ uno degli aspetti più delicati su cui si concentra il “Rapporto Ombra” della società civile sulla condizione delle donne in Italia.

“I media spesso presentano i casi di femmicidio come frutto di delitti passionali, di un’azione improvvisa ed imprevedibile di uomini vittime di raptus e follia omicida – si legge nel rapporto - In realtà questi sono l’epilogo di un crescendo di violenza a senso unico e generalmente sono causati da un’incapacità di accettare le separazioni, da gelosie, da un sentimento di orgoglio ferito, dalla volontà di vendetta e punizione nei confronti di una donna che ha trasgredito a un modello comportamentale tradizionale”. Un ruolo che in Italia è ancora relegato a quello di madre e moglie, oppure di oggetto del desiderio sessuale. Secondo il rapporto, nel momento in cui la donna italiana cerca di uscire da questi schemi, nasce il rifiuto del partner maschile alla sua emancipazione “che si trasforma in forme di controllo economico, di violenza psicologica, di violenza fisica, e che può arrivare fino all’uccisione della donna”, secondo gli autori del rapporto.

A influire negativamente in termini legislativi son anche i tempi troppo lenti per ottenere il divorzio in un paese come il nostro. Devono trascorrere tre anni dalla prima udienza di richiesta di separazione per poter richiedere il divorzio. In questo lasso di tempo si intensificano gli atti di violenza. Spesso l’ex marito non si rassegna all’allontanamento dell’ex moglie e mette in atto “atteggiamenti persecutori e di controllo con un uso della forza nei confronti della donna e che possono portare sino all’omicidio della stessa”.

In Italia manca un’unica definizione legislativa delle discriminazioni di genere, che rispecchi quella già presente delle direttive europee. La bocciatura in Parlamento della legge contro l’omofobia ha lasciato un vuoto legislativo ancora aperto. “Se fosse stata approvata una legge di tutela dalle discriminazioni e dalla violenza indipendentemente dal genere di appartenenza e dalla propria scelta sessuale – si legge ancora nel rapporto - sicuramente si sarebbero potuti prevenire molti casi di aggressioni contro gay, lesbiche, transessuali e intersessuali che si sono verificati negli ultimi anni”.

Sullo stereotipo nei confronti della donna come forma di discriminazione, arriva il mea culpa dell’onorevole Benedetto Della Vedova (Fli) che ha partecipato al dibattito nella sala Mappamondo sul rapporto Onu Cedaw. “Credo che la classe politica abbia le sue responsabilità – ha detto – è bene che in Italia nei prossimi 10 anni si subisca un po’ di ‘politically correct’ perché abbiamo debordato oltre i limiti fisiologici”. Secondo l’onorevole Rosa Villecco Calipari (Pd), “bisogna allentare la morsa discriminatoria che è strutturale in questo paese”. E da Calipari arrivano alcune proposte immediate per migliorare la situazione delle donne in Italia, a partire dalle considerazioni contenute nel rapporto presentato. In primis ripristinare le norme contro le dimissioni in bianco. “ Mi auguro che il ministro Fornero possa al più presto possan cominciare a mettere in piedi alcune misure, tra cui sulla norma delle dimissioni in bianco – ha detto la deputata del Pd - Ripristinare ciò che è stato cancellato nel 2008 incide profondamente perché consente atti ricattatori delle donne sul lavoro in uno dei momenti più delicati della loro vita: cioè la maternità. Tanto più che oggi siamo una larga parte politica a sostenere questo governo e che le norme sulle dimissioni in bianco sono state già calendarizzate in commissione lavoro”.

L’altra proposta di Calipari è di creare “un piano nazionale antiviolenza”. “C’è il problema dei centri antiviolenza che avevano subito pesantissimi tagli e il cui piano di finanziamento è una tantum, vale per un anno, un anno e mezzo. Abbiamo una situazione a macchia di leopardo, ci sono regioni e regioni. La deregulation ha aumentato la differenziazione sul territorio – ha continuato - I centri antiviolenza sostengono da 20 anni le donne che subiscono violenza in questo paese, e andrebbero valorizzati con una raccolta di dati statistici perché ci consentono di vedere la realtà”. Poi, partendo dalla considerazione che la prima causa di morte per le donne tra i 16 e i 44 anni è il femminicidio, Calipari chiede un piano nazionale antiviolenza. “Serve una strategia coordinata – ha detto - Gli stereotipi sono legati alla violenza, se creo un’immagine di oggetto sessuale, è difficile che poi la violenza non venga perpetrata su questa persona. Condivido l’istituzione di un’autorità indipendente per i diritti umani, ed è il momento di affrontare la questione delle donne nella discussione sulla legge elettorale, questo è il momento di rivedere i meccanismi. Devono esserci sanzioni e inammissibilità per i consigli regionali che non hanno eletto una sola donna al loro interno”.

Su questo tema, Barbara Saltamartini (Pdl) ha sottolineato che in commissione Affari Costituzionali è in discussione una proposta di legge sui consigli elettivi enti locali, anche se non sono previste grosse sanzioni Saltamartini ha commentato che “l’aula i grandi sogni te li ammazza, va fatta una mediazione”. Secondo la deputata del Pdl, “la maggior parte delle violenze avviene dentro casa, vuol dire che c’è un problema culturale da combattere. Bisogna coinvolgere i colleghi parlamentari uomini, più loro che noi, sennò questa battaglia non la vinciamo”.

Il Cedaw all’Italia: “Lacuna immensa fra la normativa e la sua applicazione” . Il 2012 si apre alla Camera dei Deputati all’insegna dei diritti delle donne. Un tema sensibile per l’Italia in questo momento, tanto che arriva una “tirata d’orecchie” dal comitato Cedaw che verifica il rispetto della Convenzione Onu contro le discriminazioni nei confronti delle donne. E un piccato botta e risposta tra il membro del Comitato internazionale, Violeta Neubauer e Alessandra Servidori, consigliera nazionale di Parità. Il tutto avviene nella sala Mappamondo gremita da tantissime donne, alla presentazione del “Rapporto Ombra” della società civile e delle raccomandazioni del comitato Cedaw 2011 L’evento è stato organizzato da Fondazione Pangea Onlus per la piattaforma “Lavori in corsa: 30 anni Cedaw”. Il dibattito, moderato dalla giornalista Tiziana Ferrario, è stato diviso in due momenti con gli interventi della società civile e del Comitato Cedaw e poi con la presenza di alcuni parlamentari.

“Per quanto riguarda le raccomandazioni, ci sono quelle contro la violenza sulle donne – ha detto la giornalista Ferrario - si chiede che siano ripristinati i fondi ai centri antiviolenza perché dal rapporto emerge che sono stati tagliati. Il tasso di disoccupazione è alto e sono le donne a essere le più colpite, anche dal lavoro precario. Un’altra raccomandazione è di promuovere l’equa condivisione degli impegni familiari tra uomo e donna per assicurare la conciliazione vita- lavoro anche in quelle regioni con meno servizi sociali come gli asili nido e si tocca il tema delle dimissioni in bianco, perché la violenza passa anche dalla dipendenza economica delle donne, poter garantire un’uscita dal precariato alle donne significa offrire strumenti in più. Una delle raccomandazioni è l’elaborazione di una strategia di lungo termine per combattere gli stereotipi e di programmi scolastici contro le discriminazioni”. Su questi appunti del comitato rappresentato dalla Neubauer, la consigliera nazionale di Parità Salvadori ha voluto ribattere. In particolare sull’accusa che “finora l’opinione pubblica italiana non è stata informata sulla Cedaw perché non sono mai stati tradotti e divulgati i rapporti periodici dello Stato Italiano al comitato Cedaw né le raccomandazioni fatte dal comitato” .

“Abbiamo tradotto tutti gli atti, è bene che queste cose siano conosciute – ha contestato Alessandra Servidori - Abbiamo lavorato molto, è un problema che non ci sia comunicazione. È stato fatto un piano nazionale Italia 2020 all’interno degli istituti scolastici su questi temi, sul testo unico 81 quello sulla prevenzione e la sicurezza delle donne sui luoghi di lavoro. Stiamo lavorando anche sulla cosiddetta Legge Brunetta. Mi dispiace che il nostro lavoro non sia stato riconosciuto”.

Dopo il suo intervento, Violeta Neubauer ha chiesto la parola: “Vorrei dire chiaramente che ancora non so dove posso trovare i documenti tradotti dall’Italia”, ha esordito. Infatti non è chiaro su quale sito governativo sarebbero stati pubblicati e consultabili. “Non è che non l’ho trovato perché non so usare la lingua italiana – ha continuato il membro del comitato Cedaw, intercalando l’italiano all’inglese - Lascio a voi la considerazione su quella che è la realtà dei fatti. Non è vero che il comitato non ha preso atto dell’immensa mole di lavoro fatta dalle autorità italiane nel migliorare ma è anche vero che molti interrogativi non sono stati affrontati in modo preciso e adeguato. Si è risposto genericamente, ripetendo pedissequamente quelle che erano le raccomandazioni del comitato Cedaw. Tutte le domande e le risposte della delegazione italiana sono sul nostro sito. Pertanto se è vero che nessun governo è contento di ricevere osservazioni critiche, il comitato non è lì per blandire i governi ma per mettersi al servizio delle donne che devono essere protette a pieno. Il comitato non è soddisfatto dell’applicazione della convenzione, rimane una lacuna immensa esistente fra la normativa e la non applicazione di queste leggi in Italia. Le donne non sono un problema. Le donne sono la soluzione”. All’iniziativa hanno partecipato anche Simona Lanzoni di Fondazione Pangea Onlus, Barbara Spinelli di Giuristi democratici, Rossana Sacricabarozzi di ActionAid Italia e Concetta Carrano di “Donne in rete contro la violenza”. (Redattore Sociale)

Sotto esame l'ONU. L'Italia che uccide le donne

127 donne uccise per motivi di genere nel 2011 in Italia, con un picco tremendo in dicembre. Un rapporto su questa piaga alla base delle "raccomandazioni" dell'Onu al nostro Paese. Se ne discute oggi a Montecitorio

Luisa Betti - 17.01.2012
Il Manifesto

Il 2011 si è chiuso, per gli italiani e le italiane, con il sangue delle 127 donne uccise per motivi di genere, cioè in quanto donne, con un picco che ha visto durante le vacanze tra Natale e Capodanno un lungo elenco di nomi femminili in cronaca nera: Stefania Noce, 24 anni, morta accoltellata dall’ex fidanzato sul balcone di casa sua; Daniela Bertolazzi, 60 anni, uccisa in camera da letto dal suo convivente a martellate sulla testa; Silvia Elena Minastireanu, romena di 20 anni, uccisa il 23 dicembre a casa sua, strangolata da Luca D'Alessandro, 18 anni; Rosa Allegretti, prostituta uccisa da Costabile Piccirillo, giardiniere di Agropoli, trovata seppellita con mani e piedi legati, colpita con un bastone e con in bocca con un fazzoletto e nastro isolante; Mariya Alferenok, ucraina di 53 anni e da dieci anni a Melfi, uccisa a calci e pugni dal convivente, ritrovata col volto tumefatto a casa sua. Un elenco che con l’inizio del nuovo anno ha continuato con un trend in salita con la morte di quasi una donna al giorno, uccise da mariti, conviventi, ex partner: 12 donne finora, tra cui Enza Cappuccio, 33 anni, cieca, madre di 6 figli, arrivata all’ospedale Cardarelli di Napoli accompagnata dal marito, dal cognato e da un amico, ormai senza vita ma con segni evidenti di contusioni e probabile strangolamento, nonché in una condizione fisica di evidente denutrizione; Rosetta Trovato, 38anni, uccisa dal marito, strangolata davanti alla figlioletta; e Stefania Mighali, 40 anni, uccisa a coltellate dal marito, che dopo il femicidio ha appiccato il fuoco alla casa sterminando la famiglia e gettandosi poi dal balcone. Un quadro agghiacciante che spiega con i fatti quanto l’Italia abbia bisogno di cambiare in profondità il suo modo di trattare le donne. Ma il femicidio, estrema conseguenza della violenza contro le donne, non è un problema nuovo ed è stato anche ampiamente affrontato nel “Rapporto Ombra”, redatto dalle associazioni e dalle Ong italiane – sulla situazione delle italiane nel lavoro, il welfare, la politica, gli stereotipi, fino appunto alla violenza – che dopo essere stato presentato a New York in luglio, alle Nazioni Unite (Cedaw), stamattina sarà al centro della discussione che si tiene alla Sala Mappamondo della Camera (piazza Montecitorio 1), con interventi di tutte le parti riunite nella Piattaforma “Lavori in corsa - 30 anni CEDAW” - Simona Lanzoni di Pangea, Barbara Spinelli di Giuristi democratici, Rossana Scaricabarozzi di ActionAid e Titti Carrano di D.i.re (Donne In Rete contro la violenza) - con un intevernto di Violeta Neubauer, membro del Comitato CEDAW, e le rappresentanze politiche invitate dalla On. Rosa Maria Villecco Calipari, che coordina il convegno moderato dalla giornalista Tiziana Ferrario, e con le conclusioni della ministra del Lavoro, con delega alle Pari Opportunità, Elsa Fornero. Un’occasione unica per capire come è possibile che l’Italia si sia ridotta in queste condizioni.

“Nel Rapporto Ombra – dice l’avvocata Titti Carrano che ha partecipato alla stesura per la parte che riguarda la violenza sulle donne nel testo presentato alle Nazioni Unite – è scritto chiaramente che nel monitoraggio che fanno le associazioni che si occupano di questo problema, emerge l’assoluta inadeguatezza dell’Italia su diversi fronti: non esiste ancora una legge sulla violenza di genere che comprenda, oltre alla violenza sessuale, tutte le forme di violenza che una donna può subire; l’insufficienza delle strutture dei centri antiviolenza che non hanno garanzie di finanziamento costante da parte degli enti locali e che quindi non riescono a garantire la copertura e la domanda del territorio; la mancanza allarmante di un’osservatorio nazionale su quello che è la violenza in Italia e quindi una carenza di dati ufficiali attendibili, in quanto sempre disgregati, o perché a livello territoriale o perché senza un osservatorio di genere; e infine la gravissima cecità rispetto alla violenza assistita dai minori nell’ambito domestico, dove si consuma una violenza reiterata nel tempo e quindi doppiamente traumatica”.

Nelle Raccomandazioni del Comitato Cedaw al Governo italiano, fatte a seguito della presentazione del “Rapporto Ombra” redatto, ricordiamolo, dalle associazioni e non dal nostro governo - che non si è sentito in “dovere” di fare un’analisi e un quadro della situazione disastrosa della donna in Italia pur avendo ratificato la Convenzione nel 1985 – si intuisce chiaramente la possibilità che ci sia una resposabilità delle istituzioni italiane non solo per quanto riguarda la discriminazione di genere nella politica, nel lavoro, nel perdurare degli stereotipi maschilisti, ma anche per quel che riguarda la crescita del femicido, in quanto si legge che il Comitato si dichiara “preoccupato per l’elevato numero di donne uccise da partner ed ex partner che può indicare un fallimento delle autorità dello Stato nel proteggere adeguatamente le donne vittime dei loro partner o ex partner”.

Un’affermazione che richiama alla mente le tante separazioni che si concludono con violenze fisiche o psicologiche, con stalking e minacce, o appunto con la soppressione fisica della donna, con un atto di violenza estrema, che alcuni giornali continuano a chiamare: “delitto passionale” o “raptus di un folle”. Una tragedia ormai inarrestabile di cui sono responsabili quindi anche quelle autorità che omettono di applicare norme di allontanamento di ex partner pericolosi, o che non distinguono la conflittualità di coppia dalla violenza vera e propria, e che “si dimenticano” di dare protezione appunto alla potenziale vittima, compresi i minori nel caso siano presenti.

Ad analizzare in profondità questo bel panorama da horror all’italiana, sarà in questi giorni, Rashida Manjoo, esperta indipendente incaricata dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite per il monitoraggio della violenza contro le donne nel mondo, che, in visita nel nostro paese, ha spiegato come “questa missione mi offre un'occasione unica per discutere e relazionare sull'impatto delle politiche e dei programmi adottati in Italia per combattere il problema”. Manjo, docente al Dipartimento di Legislazione Pubblica dell’Università di Cape Town, è stata nominata Relatore speciale sulla violenza contro le donne, nel giugno 2009 dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite per un periodo iniziale di tre anni, e come relatore speciale è indipendente da qualsiasi governo o organizzazione. In quanto relatore speciale sulla violenza contro le donne, Rashida Manjoo analizzerà le cause e le conseguenze del fenomeno, investigando su tutte le forme di violenza: da quella domestica, alla violenza perpetrata o tollerata dallo Stato, la violenza in ambito transnazionale, la violenza contro i rifugiati, richiedenti asilo e le donne migranti, e alla fine della sua visita, il 26 gennaio, illustrerà durante una conferenza stampa, presso la Società Italiana per l'Organizzazione Internazionale (SIOI), i primi risultati del rapporto che sarà illustrato, con le raccomandazioni, nella ventesima sessione del Consiglio dei Diritti Umani nel giugno 2012.

L’Onu avverte l’Italia, nel Bel Paese le donne sono lontane dalla parità | Diritto di critica

L’Onu avverte l’Italia, nel Bel Paese le donne sono lontane dalla parità Diritto di critica

Presentate in Parlamento le valutazioni sulla condizione femminile italiana. Il Comitato che vigila sulla Convenzione internazionale Cedaw ammonisce il nostro Paese, è ora di cambiare passo
Le donne in Italia vivono ancora troppe discriminazioni e situazioni di violenza. È l’allarme lanciato dal Comitato Cedaw, l’organismo dell’Onu per il riconoscimento e la difesa dei diritti delle donne che ha presentato alla Camera dei deputati le valutazioni sul rapporto “ombra”, relazione che fotografa il benessere delle donne e si affianca all’ufficiale rapporto redatto dal governo.
Grazie all’apporto di numerose Ong specializzate del settore (per esempio Fondazione Pangea, Actionaid, Associazione Differenza Donna, Giuristi Democratici e altre), infatti, i rilevatori del Comitato, dopo sei mesi di lavoro, hanno avuto ben chiaro il quadro della situazione femminile italiana, e invitano ora il nostro Paese a ratificare quanto prima la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza nei confronti delle donne, firmato da dieci Paesi Europei lo scorso maggio a Instanbul.
L’appello più accorato arriva da Violeta Neubauer, membro del Comitato Onu incaricato di vigilare sull’applicazione della convenzione internazionale Cedaw, convenzione nata all’Assemblea Onu nel lontano 1979, e da noi firmata nel 1985: «L’Italia deve fare molto di più – spiega – c’è uno scarto tra la legge e la sua esecuzione che va colmato, le donne non devono essere il problema, ma la soluzione per un Paese».
I dati parlano chiaro: rispetto alla normativa guida che le Nazioni del mondo dovrebbero seguire, in Italia persistono stereotipi e discriminazioni nel welfare, nei diritti sessuali e sulla salute riproduttiva, e gravi patologie sociali come la tratta, la prostituzione.
Questo il passaggio chiave del rapporto: «Il Comitato è preoccupato per la rappresentazione della donna quale oggetto sessuale e per gli stereotipi circa i ruoli e le responsabilità dell’uomo e della donna nella famiglia e nella società. Tali luoghi comuni, contenuti anche nelle dichiarazioni pubbliche rese dai politici, minano la condizione sociale della donna, come emerge dalla posizione svantaggiata in diversi settori». Ci vengono in mente la cupa situazione del mercato del lavoro, l’accesso alla vita politica e alle cariche decisionali.
Basta qualche cifra per rendersi conto: la pensione delle donne è in media più bassa del 30,5% rispetto a quella degli uomini, e le libere professioniste non godono di minime tutele in materia di maternità e di cura dei figli. In Parlamento il contributo femminile è appena il 20%, una delle percentuali più basse in Europa e nel mondo. Stessa situazione nelle Università, dove le donne laureate sono in maggioranza (58%), ma la percentuale di ricercatrici cade al 40%, e quella delle professoresse ordinarie è al 12%.
In Italia non si investe in rosa, quindi, ma si continua a raffigurare la donna, vedi la televisione o le pubblicità, come un corpo, un oggetto sessuale, o al massimo una brava mamma di famiglia.
La donna non è solo penalizzata, ma resa anche vittima della violenza maschile. Violenza inaudita verso donne e bambine, che rappresenta la prima causa di morte in Italia per l’universo femminile che va dai 15 ai 44 anni.
Il Comitato Cedaw ha chiesto all’Italia di cambiare registro e attenersi alla convenzione mondiale, riferendo dei progressi raggiunti ogni due anni, e non più quattro come si era fatto finora. Tra le raccomandazioni anche quelle di seguire appositi codici di condotta e fornire maggiore assistenza in termini sanitari, logistici e psicologici a quelle donne che decidono di scappare dalla violenza o denunciare abusi e soprusi.

DONNE: CALIPARI (PD), LEGGE ELETTORALE E DIMISSIONI IN BIANCO SUBITO INTERVENTI - AgenParl - Agenzia Parlamentare per l'informazione politica ed economica

Violenza maschile, in aumento in Europa e nel mondo


Ogni giorno 7 donne vengono uccise dai propri partner o ex partner, la violenza maschile sulle donne è la prima causa di morte per le donne nel nostro continente. In Italia solo nel 2010 i casi di femminicidio sono stati 127: il 6,7% in più rispetto all’anno precedente. Di queste, 114 sono state uccise da membri della famiglia. In particolare, 68 sono state uccise dal partner e 29 dall’ex partner. Dunque, in più della metà dei casi il femmicidio è stato commesso nell’ambito di una relazione sentimentale, in corso o appena terminata, per mano del coniuge, convivente, fidanzato o ex. La maggior parte delle vittime è italiana (78%), così come la maggior parte degli uomini che le hanno uccise (79%). Solo una minima parte di questi delitti è avvenuta per mano di sconosciuti. Nella restante parte dei casi è avvenuto per mano di un altro parente della vittima o comunque di persona conosciuta. E’ uno degli aspetti più delicati su cui si concentra il “Rapporto Ombra” della società civile sulla condizione delle donne in Italia.

“I media spesso presentano i casi di femmicidio come frutto di delitti passionali, di un’azione improvvisa ed imprevedibile di uomini vittime di raptus e follia omicida – si legge nel rapporto – In realtà questi sono l’epilogo di un crescendo di violenza a senso unico e generalmente sono causati da un’incapacità di accettare le separazioni, da gelosie, da un sentimento di orgoglio ferito, dalla volontà di vendetta e punizione nei confronti di una donna che ha trasgredito a un modello comportamentale tradizionale”. Un ruolo che in Italia è ancora relegato a quello di madre e moglie, oppure di oggetto del desiderio sessuale. Secondo il rapporto, nel momento in cui la donna italiana cerca di uscire da questi schemi, nasce il rifiuto del partner maschile alla sua emancipazione “che si trasforma in forme di controllo economico, di violenza psicologica, di violenza fisica, e che può arrivare fino all’uccisione della donna”, secondo gli autori del rapporto.

A influire negativamente in termini legislativi son anche i tempi troppo lenti per ottenere il divorzio in un paese come il nostro. Devono trascorrere tre anni dalla prima udienza di richiesta di separazione per poter richiedere il divorzio. In questo lasso di tempo si intensificano gli atti di violenza. Spesso l’ex marito non si rassegna all’allontanamento dell’ex moglie e mette in atto “atteggiamenti persecutori e di controllo con un uso della forza nei confronti della donna e che possono portare sino all’omicidio della stessa”.

In Italia manca un’unica definizione legislativa delle discriminazioni di genere, che rispecchi quella già presente delle direttive europee. La bocciatura in Parlamento della legge contro l’omofobia ha lasciato un vuoto legislativo ancora aperto. “Se fosse stata approvata una legge di tutela dalle discriminazioni e dalla violenza indipendentemente dal genere di appartenenza e dalla propria scelta sessuale – si legge ancora nel rapporto – sicuramente si sarebbero potuti prevenire molti casi di aggressioni contro gay, lesbiche, transessuali e intersessuali che si sono verificati negli ultimi anni”. (rc)



Donne, violenza, disparità sono ancora cultura diffusa

Fonte: http://www.repubblica.it/solidarieta/cooperazione/2012/01/18/news/pangea_rapporto_cdaw-28386446/

Il rapporto-ombra della Convenzione per l'eliminazione di tutte le discriminazioni di genere. "Le donne non sono il problema, sono la soluzione, ecco perché crediamo che questo momento di crisi possa trasformarsi in opportunità per tutte e si possano dare delle risposte"

ROMA - Fondazione Pangea per la "Piattaforma 30 anni Cedaw: lavori in corsa" ha presentanto ieri il rapporto ombra della CEDAW, che vuol dire Convenzione per l'eliminazione di tutte le discriminazioni contro le donne, oltre alle raccomandazioni che il Comitato CEDAW dell'Onu ha rivolto allo stato Italiano nel luglio scorso, dopo la sessione di valutazione del rapporto sullo stato di attuazione della CEDAW in italia sui diritti delle donne.

"La piattaforma è composta da diverse realtà della società civile che, come Fondazione Pangea, vogliono rendere migliore questa Italia"- afferma Simona Lanzoni, di Pangea - "come ha detto Violetta Neubauer membro delle Nazioni Unite per la CEDAW ieri alla conferenza, le donne non sono il problema, sono la soluzione, ecco perché crediamo che questo momento di crisi possa trasformarsi in opportunità per le donne e possiamo dare delle risposte."

Un dialogo con le istituzioni. La piattaforma sta lavorando osservando ciò che stanno facendo le Istituzioni, per capire se verranno realizzate misure capaci di essere coerenti con le raccomandazioni CEDAW. Nel caso poi ciò non avvenga si utilizzeranno - utilizzeremo - dice in sostanza il rapporto-ombra  - gli strumenti internazionali che mettono a disposizione il Protocollo Opzionale della CEDAW. "Contemporaneamente - aggiunge Simona Lanzoni - stiamo lavorando per costruire un dialogo con le Istituzioni e con le diverse realtà della società civile, cercando di mantenere aperto il ponte con le Nazioni Unite e il Comitato CEDAW, ma penso anche alla presenza in questi giorni della special rapporteur sulla violenza di genere, Rashida Manjo, e dell'Unione Europea".

Le criticità. Il rapporto, in particolare, sottolinea le criticità rilevate sul problema degli stereotipi sulle donne, troppo spesso rappresentante come oggetti sessuali o come solo buone madri di famiglia, ma mai raffigurate per le loro competenze o in ruoli diversi. Una criticità che si riscontra anche sul lavoro, come ad esempio la pratica delle dimissioni in bianco, o il welfare che pesa principalmente sulle spalle delle donne, per non parlare della violenza che sono costrette a subire, fino alla rappresentanza politica. "Siamo il 51% della popolazione - dice la rappresentante di Pangea - e ci rappresenta solo il 20% delle parlamentari, peggio che in Afghianstan, dove è del 25%, malgrado l'art. 51 della Costiuzione italiana sia stato modificato per favorire proprio la partecipazione delle donne."

Un opuscolo divulgativo. "Per facilitare la conoscenza della CEDAW, dei suoi contenuti e delle criticità che ci sono in Italia - ha aggiunto Claudia signoretti, anche lei della Fondazione Pangea - abbiamo prodotto un opuscolo divulgativo che riassume i contenuti del rapporto ombra. Il lavoro della piattaforma CEDAW proseguirà oltre la conferenza. Abbiamo presentato il nostro lavoro alla sala Mappamondo della Camera dei Deputati, ospitate dall'ononorevole Calipari, che ha invitato i rappresentanti di ogni formazione politica. E' un punto di partenza verso la divulgazione di questa convenzione - ha concluso la signoretti - uno dei principali trattati delle Nazioni Unite, che deve essere conosciuto dai parlamentari come dalle Istituzioni e dalle amministrazioni locali e nazionali per poter essere attuata, e poi c'è l'opinione pubblica, ci auguriamo che l'opuscolo serva a conoscere la CEDAW, non solo le donne ma anche gli uomini, solo così migliorerà qualcosa."







(18 gennaio 2012)

La parità tra uomini e donne? In Italia è ancora un miraggio

Si chiama “Rapporto Ombra” e fotografa la condizione delle donne in Italia in base alla Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne (Cedaw), adottata dall’Assemblea Generale dell’Onu nel 1979 e ratificata dall’Italia nel 1985. La Convenzione è il trattato internazionale di riferimento sui diritti delle donne per garantire pari opportunità in ambito sia pubblico che privato. Ogni quattro anni gli Stati firmatari devono presentare un rapporto sui risultati richiesti dalla Cedaw. Ma anche la società civile può redigire parallelamente un proprio rapporto, il cosiddetto “Rapporto Ombra”, per fornire al Comitato Cedaw una propria analisi della condizione delle donne nel proprio paese.

Dopo aver esaminato il Rapporto governativo e il Rapporto Ombra, il Comitato, composto da 23 esperti di tutto il mondo, formula le proprie raccomandazioni allo Stato che è tenuto a risponderne. Il “Rapporto Ombra” ha ricevuto l’adesione di più di 140 organizzazioni italiane. Il 3 agosto 2011 il Comitato Cedaw ha pubblicato le sue valutazioni sull’impegno dell’Italia nella tutela e nella promozione dei diritti delle donne e ha rivolto al Governo una serie di raccomandazioni per migliorare il suo operato, prendendo in considerazione le preoccupazioni sollevate dalla piattaforma “Lavori in Corsa: 30 anni Cedaw”, costituita da diverse realtà della società civile. Il rapporto spazia su tutti i temi della condizione femminile ricalcando gli ariticoli della Convenzione per sottolinearne il mancato rispetto nel nostro paese. Lavoro, maternità, cittadinanza, pensioni, ruolo delle donne nei media sono alcuni dei settori analizzati.

La pensione delle donne resta mediamente più bassa del 30,5% rispetto a quella degli uomini: gli uomini rappresentano il 47% dei pensionati ma incassano il 56% del “monte pensioni”: in media 17.137 euro rispetto agli 11.906 euro delle donne. La situazione peggiora ulteriormente per le donne che lavorano con la partita IVA perché non hanno tutele minime in materia di maternità, e nessuna protezione per quanto riguarda la cura dei figli piccoli o di familiari non autosufficienti.

In televisione e nella pubblicità le donne sono ancora oggi in prevalenza raffigurate come oggetti sessuali o brave mamme di famiglia. Il corpo delle donne, nudo o seminudo, viene utilizzato per vendere qualsiasi tipo di prodotto con immagini che calpestano ed umiliano la dignità della donna. “È ancor più preoccupante come nella comunicazione pubblicitaria sembra non esserci alcuna differenza tra una donna e una bambina: alla bambina vengono riproposti gli stessi ruoli stereotipati interpretati e subiti da una donna adulta: deve essere sexy, ammiccante, avvenente o giocare il ruolo di ‘mamma’, mentre i maschietti devono essere forti, coraggiosi, intraprendenti e non emotivi” sottolinea il rapporto. Per il ruolo delle donne nei media, si ritrovano gli stessi stereotipi: il Censis registra che il 53% delle donne che appaiono in televisione non ha voce, il 43% delle donne è associato a temi come sesso, moda, spettacolo e bellezza, e solo nel 2% dei casi ai temi di impegno sociale e professionalità.

In Parlamento soltanto il 20% dei deputati e dei senatori è donna, registrando una delle percentuali più basse in Europa e nel mondo e configurando una “carenza di democrazia”. Nei Consigli regionali di Calabria e Basilicata non è stata eletta nessuna donna, nella Giunta regionale siciliana, su 12 assessori solo 1 è donna. “Per rimediare a questa grave violazione l’unica soluzione possibile è il ricorso al Tribunale amministrativo regionale (Tar) perché dichiari l’illegittimità delle Giunte che non rispettano criteri di rappresentanza di genere – dice il rapporto - Tuttavia, neanche questo strumento si è rivelato adeguato a tutelare effettivamente il diritto alla rappresentanza delle donne, perché i vari Tar seguono orientamenti diversi, determinando una ulteriore disparità tra le donne appartenenti a Regioni diverse.

Sempre in tema di diritti civili, per le donne straniere è un problema anche il meccanismo di acquisizione della cittadinanza per matrimonio o per residenza. Nel primo caso possono passare da 1 fino a 4 anni prima che venga ufficialmente riconosciuto tale diritto, “a condizione che la posizione coniugaledella donna non cambi, perché in caso di divorzio o separazione, la sua richiesta viene rigettata”.

Secondo il rapporto, “ i tempi particolarmente lunghi di questa procedura rendono la donna dipendente dal marito nel periodo di attesa della sua richiesta, esponendola quindi a un ricatto da parte del marito in diversi casi”. Per le donne straniere che lavorano, il percorso di acquisizione del permesso di soggiorno e della cittadinanza risulta particolarmente difficile data la loro situazione caratterizzata dalla mancanza di contratti di lavoro regolari, da un’estrema precarietà e da redditi molto bassi. Anche questa situazione pone le donne straniere sotto l’autorità dei datori di lavoro (o dei mariti), rendendole facilmente ricattabili e ostacolando il loro percorso di integrazione nella società.

Sui temi del lavoro e dell’istruzione, la situazione appare discriminatoria anche per le donne italiane. All’Università si iscrivono donne in prevalenza, ottengono i voti migliori, si laureano in minor tempo, tuttavia continuano ad affrontare enormi difficoltà di accesso al mondo del lavoro universitario e i tagli della riforma Gelmini saranno un ulteriore ostacolo. Le studentesse rappresentano il 58% dei laureati, ma le ricercatrici universitarie sono il 40%, le professoresse associate il 32%, le ordinarie solo il 14% e sono 2 le uniche donne rettore in tutta Italia. Anche la “fuga dei cervelli” si tinge prevalentemente di rosa: “ è ancora diffuso lo stereotipo e l’idea ingiusta che non valga la pena investire nella formazione e attribuire fondi per la ricerca a chi poi un giorno diventerà madre e dovrà occuparsi anche del lavoro di cura togliendo tempo alla ricerca” sottolinea il rapporto.

Una donna su due non cerca lavoro, e nelle Regioni del Sud il tasso raggiunge picchi del 63%. Spesso o assorbite come forza lavoro dal mercato nero, a discapito dei propri diritti, o restano a casa. Le cause della difficoltà per le donne ad inserirsi e mantenere il lavoro sono molteplici. Spesso sono la maternità oppure l’accudimento di membri della famiglia disabili, malati permanenti o molto anziani. Per esempio, in Italia oltre un quarto delle donne occupate abbandona il lavoro dopo la maternità: solo nel 2010 per questo motivo 800 mila donne sono uscite dal mercato del lavoro. Una delle cause è la difficoltà di passare in azienda da un lavoro full time a uno part time. Infine c’è il problema delle ‘dimissioni in bianco’, una pratica usata dai datori di lavoro per licenziare le lavoratrici in maternità. Per porvi fine, nel 2007 il Parlamento italiano aveva approvato una legge in base a una direttiva europea. Ma il provvedimento è stato abrogato con un decreto legge del Governo Berlusconi nel giugno del 2008.



Il Comitato Onu sferza l'Italia

In Evidenza
17/01/2012 -

IL CASO "Per le donne dovete fare di più"
Il Comitato Onu sferza l'Italia

Fonte: lastampa.it
Articolo di Laura Preite
La Cedaw presenta un rapporto che inchioda Roma: stereotipi, violenze e troppe discriminazioni
La Consigliera di parità replica: "Ma sul lavoro siamo migliorati"

«L'Italia deve fare molto di più, c'è uno scarto tra legge e sua applicazione che va colmato, le donne non sono il problema ma la soluzione», questo l'appello accorato, oltre che nei termini, anche nei modi, di Violeta Neubauer, membro del Comitato Onu per l'eliminazione delle discriminazione nei confronti delle donne, che vigila sull'applicazione dell'omonima convenzione internazionale, la Cedaw, nella sala Mappamondo della Camera dei deputati, in occasione della presentazione del rapporto ombra sui diritti delle donne in Italia.

Le osservazioni del Comitato Cedaw
La Cedaw è il principale strumento internazionale di riconoscimento e difesa dei diritti delle donne. Per la prima volta una decina di associazioni ha presentato, a New York, lo scorso luglio, in contemporanea con la presentazione del rapporto quadriennale del Governo italiano sull'implementazione della Convenzione, un rapporto-ombra che mette a fuoco le criticità della situazione nazionale rispetto alle norme contenute nella carta, iniziando un dibattito. Le Osservazioni conclusive del Comitato, successive al lavoro degli stati membrei e delle Ong hanno sintetizzato diverse criticità soprattutto nella rappresentazione stereotipata (punto 22-25) e per quanto riguarda la violenza (26-27). I due fattori sono messi in relazione.

Si legge nel rapporto: “Il Comitato rimane profondamente preoccupato per la rappresentazione della donna quale oggetto sessuale e per gli stereotipi circa i ruoli e le responsabilità dell'uomo e della donna nella famiglia e nella società. Tali stereotipi, contenuti anche nelle dichiarazioni pubbliche rese dai politici minano la condizione sociale della donna, come emerge dalla posizione svantaggiata in diversi settori, incluso il mercato del lavoro, l'accesso alla vita politica e alle cariche decisionali”. Il Comitato raccomanda l'adozione di codici di condotta e di essere aggiornato fra due anni (e non dopo i canonici quattro), sui risultati raggiunti. Preoccupa anche il tema della violenza di genere, quella verso bambine e donne adulte, uccise dai propri compagni, mariti, o ex, (è la prima causa di morte per le donne dai 15 ai 44 anni). Sono necessari, per il Comitato, garantire case rifugio dove le donne in fuga possano sentirsi al sicuro ed essere assistite, e la formazione di personale giudiziario, medico e sociale qualificato che le possa assistere in tutte le fasi del processo. Così come è necessario per l'Italia ratificare la Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza nei confronti delle donne firmato a Istanbul lo scorso maggio da 10 stati europei.

Il rapporto ombra
Il lavoro delle Ong ha facilitato l'attività di monitoraggio del Comitato. I punti critici, individuati dalla Piattaforma Cedaw (a cui hanno aderito Actionaid, Arcs arci, Fondazione Pangea, associazione Differenza donna, Be free, Casa internazionale delle donne, fratelli dell'uomo, Giuristi democratici e le9) sono diversi: lavoro e welfare, tratta e prostituzione, stereotipi e rappresentanza politica, violenza, diritti sessuali e salute riproduttiva. «Saremo il watchdog, il cane da guardia – spiega Rossana Scaricabarozzi di Actionaid tra le rappresentanti della Piattaforma, presenti all'incontro moderato dalla giornalista Rai Tiziana Ferrario – vigileremo affinché le misure contenute nella Cedaw e le raccomandazioni vengano attuate, se non arrivano risposte ci attiveremo per sollecitarle, vogliamo iniziare un dialogo con le istituzioni nazionali e internazional». Al tavolo politico, dove sono seduti gli onorevoli Calipari (vicepresidente del Pd alla Camera), Saltamartini (Pdl) Di Giuseppe (Idv) e Della Vedova (Fli), si snocciolano proposte concrete per migliorare la condizione delle italiane, come reintrodurre il divieto delle dimissioni in bianco, (dove c'è già il progetto di legge n.3009 dell'onorevole Gatti) e riformare la legge elettorale prevedendo un'equa rappresentanza dei due generi per esempio con il meccanismo della doppia preferenza.

Il parere della Consigliera nazionale di parità
A difendere il lavoro del Governo, c'è la Consigliera di parità Alessandra Servidori, mentre il ministro del Lavoro e delle Pari Opportunità Elsa Fornero è impegnata a incontrare Rashida Manjoo, relatrice speciale delle Nazioni Unite per la violenza contro le donne, in visita in Italia.

A lei spetta il compito di rispondere alle accuse di superficialità e inadempienza del comitato Cedaw e dell'assenza di un'adeguata pubblicità della Convenzione:«Ventun rappresentanti del governo italiano hanno redatto il rapporto, è stato molto partecipato, non era mai capitato prima. Ricordo ciò che è stato fatto, in particolare dal ministero del Lavoro da cui dipendo: il testo unico sulla sicurezza (n.81 del 9/04/2008), che riconosce alcune patologie professionali al femminile, l'Osservatorio sulla contrattazione decentrata e la conciliazione dei tempi di vita e lavoro, e con la Finanziaria si sono introdotte all'articolo 53 del contratto di produttività, agevolazioni fiscali alle aziende che favoriscono la flessibilità e ai lavoratori e alle lavoratrici. A questo si aggiunge il piano nazionale contro la violenza di genere e lo stalking, il numero unico nazionale 1522. Mi spiace solo che il nostro lavoro non abbia avuto il riconoscimento dovuto». Neubauer conclude: «Il Comitato riconosce il grande lavoro del Governo ma abbiamo ricevuto molte risposte generiche. Il ruolo del Comitato è difendere i diritti delle donne e non siamo soddisfatti con l'applicazione della Cedaw».





Pari Opportunità: l'ONU rimprovera l'Italia

Fonte: Dire Donna
Articolo di Marco Viviani

Le pari opportunità sono ancora un miraggio lontano in Italia, stando al Rapporto del Cedaw, il Comitato Onu per l’eliminazione delle discriminazioni nei confronti delle donne. Violeta Neubauer ha presentato a Roma un documento che tira le orecchie al nostro Paese.

Il documento che esorta l’Italia a fare di più in materia di pari opportunità è la conclusione finale dopo le osservazioni fatte al lavoro quadriennale di ogni singola nazione per lo sviluppo del trattato internazionale. Il cosiddetto “rapporto ombra” a cui hanno aderito 140 organizzazioni per riflettere su lavoro, maternità, cittadinanza, pensioni, ruolo delle donne e via dicendo.

Diciamo subito che non è andata benissimo. Se il rapporto già l’anno scorso mostrava segni preoccupanti per quanto riguardava la rappresentazione della donna quale oggetto sessuale, e per gli stereotipi circa i ruoli e le responsabilità dell’uomo e della donna nella famiglia e nella società, le conclusioni sono perentorie: l’Italia dovrebbe fare di più.

«È ancora diffuso lo stereotipo e l’idea ingiusta che non valga la pena investire nella formazione e attribuire fondi per la ricerca a chi poi un giorno diventerà madre e dovrà occuparsi anche del lavoro di cura.»

La proposta del Comitato è quella di proseguire più velocemente nelle direttive del trattato, spingendo per leggi temporanee speciali per le aree in cui le donne sono sottorappresentate. In altri termini, quote rosa, vantaggi economici, allocazione di risorse dello Stato.

Due le misure subito attuabili uscite dall’incontro alla Camera dei Deputati: quote nella nuova legge elettorale, e nuova legge sulle dimissioni in bianco. Ci sono poi una serie di misure molto più complesse per aumentare la partecipazione delle donne nella società, in particolare nel lavoro e quindi nell’economia, fondamentali in questo tempo di crisi, ma intanto qualcosa si potrebbe già fare.

Non possiamo pensare di essere credibili soltanto perché riduciamo il debito: quello interessa alle banche. Ma l’Italia è anche il paese dove le donne hanno una pensione più leggera del 30%, in Parlamento si conta una donna su cinque, dove soltanto il 2% delle donne che appaiono in televisione non sono associate al sesso, all’avvenenza, dove le studentesse rappresentano il 58% dei laureati, ma le ricercatrici sono il 40%, le professoresse associate il 32% e ci sono in tutta la penisola solo due donne rettore.



Presentazione in Parlamento del Rapporto Ombra CEDAW

DONNE- RAPPORTO CEDAW- NEUBAUER(CEDAW):"NECESSARIA MAGGIORE DIVULGAZIONE E INCISIVITA' STEREOTIPO DI GENERE.". SERVIDORI(CONS.NAZ.PARITA'):"APPUNTAMENTO 8 MARZO CON RAPPORTO"

(2012-01-17)



E’ stato presentato oggi, su iniziativa presso la Camera dei Deputati, il cosiddetto Rapporto Ombra 2011 (vedi http://www.italiannetwork.it/news.aspx?id=32335) un importante mezzo di informazione "dal basso" risultato di un’ampia consultazione con le principali attiviste, accademiche e professioniste in materia di discriminazione di genere sul concreto stato di attuazione della Convenzione ONU per “l’Eliminazione di Ogni Forma di Discriminazione nei Confronti della Donna (CEDAW) in Italia”. Un mezzo che spesso evidenzia ritardi e limiti della cultura dominante e dell'impegno governativo in materia nei diversi Paesi che hanno aderito.

Il Rapporto, che non ha avuto un'ampia divulgazione - pur essendo stato pubblicato dal Ministero degli Affari Esteri, come ha fatto presente la consigliera di parità, Alessandra Servidori - richiama l’Italia all’eliminazione delle numerose forme discriminatorie ancora presenti attraverso l’applicazione di leggi che sono state, in realtà, in tutto od in parte disattese. A sostenere tale conclusione Violetta Neubauer - Membro Comitato CEDAW – che ha dichiarato “lo stereotipo di genere, in Italia, deve essere affrontato con maggiore incisività” . Neubauer non ha mancato di affermare con molta decisione che “le osservazioni conclusive del comitato sono ben lungi dall’essere attuate” nel nostro Paese, “Oltre che divulgate”. Un aspetto, quest'ultimo, sul quale l'esponente del CEDAW è ritornata nel suo intervento, stigmatizzando la difficoltà nel reperimento della documentazione in materia.

D'altra parte l'esponente del CEDAW, pur prendendo atto della mole di lavoro svolta, e poco prima sottolineata dalla Consigliera Nazionale di Parità, Servidori, ha fatto presente come siano molti gli interrogativi sull'argomento e sui quali il CEDAW ha chiesto chiarimenti, ricevendone, tuttavia, generiche risposte, come lo stesso sito del Comitato testimonia.

Risultato: per l'esponente del Comitato Internazionale nel nostro Paese " rimane una lacuna immensa tra la normativa esistente e l’attuazione di queste leggi”. Lacuna sulla quale la consigliera nazionale di Parità, Servidori, si è impegnata a far fronte sul piano dell'informazione, attraverso una migliore divulgazione dei risultati ottenuti dal lavoro già svolto. In questo senso, la realizzazione di una serie di eventi dedicati al Rapporto, auspicati dalla giornalista Tiziana Ferrario, per il prossimo 8 marzo. (17/01/2012-ITL/ITNET)



The Globalist Syndication | Rapporto-Ombra-cose-turche-alla-Camera

lunedì 21 novembre 2011

Stereotipi, pregiudizi, diritti e democrazia

STEREOTIPI, PREGIUDIZI, DIRITTI E DEMOCRAZIA

Per una critica di genere del diritto e della politica.

Avv. Barbara Spinelli

Contributo inserito nel documento programmatico per l’Assemblea nazionale dei Giuristi Democratici
Padova, 26-27 novembre 2011

Qui il mio intervento in formato pdf e completo di note e di Raccomandazioni CEDAW
Qui il documento programmatico in versione integrale pdf
Qui la locandina con il programma dell'Assemblea nazionale pdf

I.

E’ evidente che, nonostante l’Italia abbia ratificato i principali trattati internazionali in materia di diritti umani, e nonostante ormai la tutela dei diritti fondamentali abbia raggiunto una dimensione “multilivello” (internazionale, comunitaria, nazionale) estremamente capillare, manca ancora una adeguata cultura politica, sociale e giuridica in grado di riconoscere in concreto le violazioni dei diritti umani e combatterle in quanto tali, attraverso la predisposizione di politiche adeguate e attraverso un utilizzo consapevole degli strumenti di tutela esistenti.

Un esempio concreto di tale vuoto culturale è la mancata istituzione nel nostro Paese di un organismo indipendente di monitoraggio e tutela dei diritti umani. Da decenni infatti l’Italia è inadempiente ai Principi di Parigi, ed alle Raccomandazioni provenienti da ciascuno dei 6 Comitati ONU che sollecitano la creazione di una Commissione nazionale indipendente per la promozione e protezione dei diritti umani.

Nonostante l’Italia abbia annunciato nel corso della Revisione Universale Periodica del 2010 di essersi attivata in tal senso, il disegno di legge approvato il 3 marzo 2011 da parte del Consiglio dei Ministri non può considerarsi un avanzamento sufficiente verso l’effettivo adempimento dell’obbligazione assunta, anche determina un notevole regresso rispetto al precedente disegno di legge n. 1463 sul quale in data 01.05.2007 aveva già espresso parere tecnico il Dipartimento Istituzioni Nazionali dell’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per I diritti umani .

Se da un lato il Governo italiano è gravemente inadempiente rispetto alle obbligazioni internazionali assunte, e si rende responsabile di gravissime violazioni dei diritti fondamentali, dall’altro siamo di fronte a un sistema politico e ad una società civile eccessivamente inconsapevoli non solo del contenuto stesso delle obbligazioni dello Stato italiano in materia di diritti fondamentali, ma anche del funzionamento del sistema di monitoraggio dell’adempimento da parte dello Stato italiano delle obbligazioni internazionali e comunitarie assunte per garantire in concreto i diritti fondamentali, attraverso l’implementazione delle Convenzioni ratificate.

Questa ignoranza diffusa è resa possibile anche e soprattutto dal fatto che il Governo neanche si cura di tradurre e diffondere in lingua italiana i testi dei Treaty bodies, delle raccomandazioni generali, delle raccomandazioni specifiche rivolte all’Italia, ostacolando in tal modo una conoscenza diffusa dei diritti garantiti da queste Convenzioni e un controllo effettivo da parte della società civile circa l’effettivo adempimento delle raccomandazioni formulate dai vari comitati di controllo delle varie Convenzioni.

Il Parlamento nazionale e quelli regionali spesso ignorano queste disposizioni che invece dovrebbero costituire il faro delle riforme legislative, politiche e delle manovre economiche.

Anche il giurista più sensibile a questi temi, spesso, nella sua attività quotidiana, tende a richiamare nei propri atti in maniera citazionistica i diritti affermati nelle Convenzioni, ma senza riuscire di fatto ad individuare chiaramente il contenuto di quel diritto ed il perché in concreto esso è stato violato.

A ciò si aggiunga che l’Italia è uno dei pochissimi Paesi europei a non essersi mai avvalso degli strumenti di tutela previsti dal diritto internazionale dei Trattati per le violazioni singole o gravi e sistematiche di diritti fondamentali che avvengono all’interno del Paese.

Al contrario, in special modo a seguito dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, appare più che mai necessario che il legale abbia conoscenza adeguata del corpus giuridico dei Treaty bodies, e quindi non solo dei principi affermati dalle Convenzioni ONU ma anche e soprattutto della giurisprudenza e delle raccomandazioni prodotte dagli organismi di monitoraggio dell’implementazione di questi trattati. Questo bagaglio infatti è utilissimo all’interprete del diritto nazionale per riempire di significato/articolare i diritti sanciti dalla Costituzione e i principi derivanti dalle fonti dell’unione europea, e per passare dunque al vaglio la legittimità dei singoli provvedimenti e della normativa nazionale (ma anche comunitaria).

L’ignoranza del giurista medio spesso infatti ha costituito il principale ostacolo per un rapido passaggio dal riconoscimento dell’uguaglianza formale a quello dell’uguaglianza sostanziale.

Dunque una alfabetizzazione di base in materia di diritto internazionale umanitario costituisce sicuramente un buon inizio per declinare e far vivere nella nostra dimensione nazionale e locale i diritti fondamentali sanciti a livello internazionale e comunitario.

I diritti infatti vivono là dove vengono riconosciuti e reclamati in quanto tali.

II.

Il mancato riconoscimento di alcune situazioni quali violazioni gravi e sistematiche dei diritti fondamentali di un determinato gruppo o categorie di persone, determina inevitabilmente il declassamento di tali situazioni a problemi di ordine morale, etico, o politico che, in quanto tali, possono essere risolti o non risolti attraverso il ricorso ai peggiori compromessi possibili. Ovvero, a causa di un pregiudizio dovuto all’ignoranza (questa situazione non costituisce una violazione dei diritti fondamentali) automaticamente si perdono di vista i soggetti di diritto, persone i cui diritti sono fondamentali e inalienabili, e la questione diventa una delle tante che deve essere disciplinata come oggetto del diritto (io politico/legislatore mi sento libero di legiferare sulla base di quella che è l’opinione politica della maggioranza dominante, in quanto trattasi di questione etica/morale e non di questione che attiene i diritti fondamentali).

Questo in Italia avviene in particolar modo quando si tratta di discriminazione di genere e basata sull’orientamento sessuale e quando si tratta di discriminazione razziale.

Un esempio macroscopico è sotto gli occhi di tutti, e riguarda il vergognoso destino parlamentare delle leggi c.d. anti-omofobia. Come tutti ricorderanno, in ragione del crescente numero di aggressioni nei confronti di gay e lesbiche, nel 2009 sono stati presentati in Parlamento due disegni di legge (n. 1658 e n. 1882), per estendere la tutela penale accordata dalla Legge Mancino anche alle discriminazioni basate sull'orientamento sessuale. Nell’ambito della discussione parlamentare è stata sollevata un questione pregiudiziale di costituzionalità dal gruppo cattolico, approvata con il 54,8% dei voti, che ha determinato la bocciatura del disegno di legge. Ovvero, i membri della Camera, con una maggioranza di soli 63 voti, hanno ritenuto incostituzionale il testo del disegno di legge sostenendo che, in assenza di una definizione giuridica di “orientamento sessuale”, l'omosessualità e il lesbismo fossero paragonabili all'incesto, alla pedofilia e ad altri comportamenti sessuali devianti . Anche a fronte della presentazione del disegno di legge modificato, il voto è stato nuovamente negativo.

Questa catastrofe parlamentare, è stata possibile perché nel corso dell’iter legislativo la materia è stata trattata come la “concessione” di una tutela, come una questione morale, di buon senso (basta leggere i dibattiti parlamentari e i giornali per inorridire davanti al vuoto giuridico che ha caratterizzato il dibattito) e mai come una questione di eliminazione di una disparità di trattamento, di una discriminazione, già esistente. Ed infatti in Italia la discriminazione basata sul genere e sull’orientamento sessuale risulta la sola non tutelata penalmente, dunque le modifiche normative proposte si rendevano indispensabili per colmare un vuoto esistente... vuoto però del quale nessuno ha constatato l’esistenza, proprio perché manca la percezione del sessismo e dell’omofobia come forme di discriminazione degne di tutela alla pari delle altre. La l. 205/1993 (c.d. legge Mancino) infatti prevede come reati una serie di condotte commesse per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi Gli stessi comportamenti non sono penalmente perseguibili, ne tutelati in altro modo, se compiuti per motivi di discriminazione di genere o basata sull’orientamento sessuale, categorie di discriminazione non incluse nella legge Mancino.

Tale vuoto di tutela appare ancora più illogico e ingiusto censurabile se si considera che la legge Mancino richiama esplicitamente la CERD , Convenzione “gemella” della CEDAW , attuandola. Proprio in ragione della medesima tutela riconosciuta dalle due Convenzioni all’art. 2 nei confronti della discriminazione di genere e di quella per motivi razziali, etnici, o nazionali, è auspicabile una equiparazione di protezione anche a livello nazionale. Questo solo ragionamento, da nessuna forza politica espresso in Parlamento né altrove, sarebbe stato di per sé sufficiente ad avvalorare con forza la necessaria modifica della L. Mancino, non solo per motivi di discriminazione sessuale, ma anche di genere. E riconoscere un disvalore penale ai discorsi di odio basati sul genere, oltre che sulla razza, sull’etnia, sulla nazionalità o sulla religione, avrebbe forse reso i nostri politici meno propensi al costante utilizzo di boutade sessiste nel discorso politico.

Il nodo centrale infatti, emerso con prepotenza grazie al sessismo spudorato di Berlusconi, è l’assenza in Italia della volontà di affrontare seriamente le questioni di genere in ogni ambito della vita politica e pubblica. Cioè si continua a negare l’esistenza di un rapporto stringente tra l'immaginario collettivo sul ruolo della donna e la disciplina del suo corpo, dei suoi diritti, della sua libertà attraverso il diritto, ma anche la concezione della politica stessa e del ruolo delle donne nella politica.

Finchè l’Italia non sarà in grado di affrontare e sciogliere questo nodo, un ritorno ad una democrazia effettiva non sarà possibile, perché non può esserci democrazia là dove le donne non vengono considerate soggetti di diritto.

Questi mesi ci hanno dimostrato con chiarezza quanto gli stereotipi legati al ruolo tradizionale della donna nella società (Eva, la tentatrice, - escort o prostituta di strada-, Maria, la donna di casa, la madre di famiglia, Wonderwoman, la donna che deve curare la casa, figliare, ma anche lavorare alla pari dell’uomo andando in pensione senza differenze di età) influiscano pesantemente non solo sul destino e sui diritti di donne e bambine, ma sulla società tutta.

E’ un dato di fatto che il ruolo del movimento femminista è stato indispensabile per l'accesso ai diritti fondamentali da parte delle donne. Eppure, le riforme giuridiche approvate a partire dagli anni Settanta grazie al femminismo, si sono dimostrate insufficienti a garantire in concreto il godimento per le donne del diritto a una vita libera da qualsiasi forma di discriminazione e violenza. Infatti, alle modifiche normative non è seguito un cambio culturale. Gli stereotipi sul ruolo della donna nella società sono ancora profondamente radicati, e riscontrabili in molti dei discorsi politici, dei programmi dei governi, delle proposte di legge, degli arresti giurisprudenziali.

Questi stereotipi “minano alla base la condizione sociale delle donne, e sono all’origine della posizione di svantaggio occupata dalle donne in vari settori, compreso il mercato del lavoro e la vita politica e pubblica” (Osservazione Conclusiva n.15/2005 del Comitato CEDAW all’Italia).

Nonostante ciò ci venga evidenziato dagli organismi internazionale, in Italia ancora manca la capacità di cogliere la specificità della differenza di genere quale derivazione di una disparità di potere secolare tra uomini e donne. Il patriarcato esiste, ma ci si ostina a non riconoscerlo nelle forme in cui si manifesta.

Sulla base di una concezione cattolica e familista fortemente radicata, la differenza di genere viene ricondotta nell'alveo delle discriminazioni di cui sono vittima i “soggetti deboli”, così che le politiche di pari opportunità si risolvono in politiche assistenzialistiche e di tutela, anche mediante il ricorso allo strumento penale.

Dagli anni Settanta del secolo scorso si è determinato un netto spostamento di prospettiva dal c.d. paradigma dell'oppressione al c.d. paradigma della vittimizzazione : mentre la condizione pervasiva dell'oppressione richiede riforme di tipo strutturale, ovvero azioni rivolte a eliminare ostacolo al godimento effettivo dei diritti, come richiesto dalla CEDAW, la condizione soggettiva della vittimizzazione riduce il problema a una debolezza individuale, da tutelare, o a una situazione di rischio individuale, da arginare mediante l'utilizzo dello strumento penale.

L'assenza di un approccio di genere, la prevalenza di un approccio morale, ha determinato una profonda incoerenza tra quella che è la ratio posta a fondamento degli interventi politici e normativi in materia di pari opportunità e quello che dovrebbe essere il significato stesso delle pari opportunità, che, in attuazione dell'art. 3 Cost., dovrebbero costituire la “longa manus” dello Stato per attuare la CEDAW, le Raccomandazioni provenienti al Comitato CEDAW, e mediante tali azioni, operare al fine di “eliminare ogni distinzione, esclusione o limitazione basata sul sesso, che abbia come conseguenza, o come scopo, di compromettere o distruggere il riconoscimento, il godimento o l'esercizio da parte delle donne, quale che sia il loro stato matrimoniale, dei diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale, culturale e civile o in ogni altro campo,su base di parità tra l'uomo e la donna”(art. 1 CEDAW).

Al contrario, ancora oggi il diritto considera le donne in funzione del ruolo sociale rivestito (moglie, madre, oggetto sessuale), facendole oggetto di disciplina. Alla donna, in ragione della funzione procreatrice -oggetto di tutela-, non è concessa piena sovranità sul proprio corpo . Ciò la rende giuridicamente “individuo dimezzato” , in quanto non si ha il riconoscimento della soggettività piena della donna in quanto tale, ma avviene un declassamento a “non persona”, che rende i suoi diritti fondamentali “disponibili”, “relativi” in ragione del ruolo sociale assunto, e dunque ponderabili con altri beni socialmente rilevanti, quali ad esempio la morale della famiglia.

Il nesso tra legale e sociale è evidente. La relazione è biunivoca: se il diritto italiano è ancora profondamente androcentrico ed impermeabile al concetto di genere, è anche perché la società italiana continua ad essere ancora profondamente patriarcale, e viceversa.

Questo nesso come già evidenziato non investe soltanto la fase poietica del diritto, quella normativa, quanto pure la fase interpretativa, in grado essa stessa di riprodurre mediante il singolo giudizio le dinamiche di oppressione o di liberazione che il giudicante, là dove esistono vuoti normativi che lo consentano, può discrezionalmente assumere, facendosi o attore del mutamento sociale o ratificatore del discorso dominante.

Ciò comporta una deroga non scritta al carattere fondamentale dei diritti delle donne, il che si traduce in un vulnus alla democrazia.

III.

Davanti a un quadro così desolante, che fare? E che cosa è stato fatto dai Giuristi Democratici?

Va osservato che la nostra associazione, in stretta adesione al suo spirito statutario, è stata sempre in prima linea nel proporre una critica serrata al paradigma della vittimizzazione nell’approccio alle politiche di pari opportunità e nel promuovere proposte alternative in grado di concretizzare effettivi avanzamenti nella rimozione degli ostacoli strutturali che impediscono in concreto per le donne l’accesso ad alcuni dei diritti fondamentali, primi tra tutti la salute riproduttiva, il diritto alla genitorialità, e il diritto ad una vita libera dalla violenza.

Già nel 2006 infatti i Giuristi Democratici, in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne, lanciarono un appello alle Istituzioni per una donna soggetto di diritti e non oggetto di diritti , nel quale ricordavano che promuovere l’autodeterminazione femminile e garantire una vita libera da ogni forma di discriminazione e violenza basata sul genere e sull’orientamento sessuale è un impegno che riguarda tutta la comunità, ma in primo luogo rappresenta un'obbligazione dello Stato, assunta non solo Costituzionalmente ex art. 3, ma anche a livello internazionale attraverso il riconoscimento della validità dei vari Trattati, Dichiarazioni e Convenzioni a tutela dei diritti fondamentali della Persona, ed in particolar modo attraverso la ratifica della CEDAW. Con quel appello si sottolineava che nella realizzazione degli interventi legislativi e governativi non si è affatto tenuto conto delle Raccomandazioni provenienti dal Comitato per l'attuazione della CEDAW e, per la prima volta, i Giuristi Democratici traducevano in italiano e diffondevano le Raccomandazioni del 2005 . Altresì, nello stesso anno, i Giuristi Democratici, nell’analisi del disegno di legge Bindi-Mastella-Pollastrini, chiamati in audizione in Commissione Giustizia, sottolinearono come il testo normativo nel proprio impianto non soddisfasse né valorizzasse quanto richiesto a livello europeo ed internazionale per l'avanzamento dei Diritti delle Donne. In particolare, i Giuristi Democratici in quella sede proposero specifici emendamenti che riqualificavano il testo armonizzandolo con le osservazioni contenute nelle Raccomandazioni del Comitato per l’applicazione della CEDAW.

Da allora, in numerose altre occasioni abbiamo espresso la nostra criticità (nei confronti di politiche securitarie e repressive in materia di violenza sessuale, nei confronti di campagne pubblicitarie, ecc.) facendo richiamo ai principi sanciti dalla CEDAW e, in particolare, alle Raccomandazioni rivolte al Governo italiano.

I Giuristi Democratici hanno anche promosso la costituzione di parte civile delle ONG nei processi per femminicidio e per discriminazione di genere sul lavoro , ottenendo importantissimi risultati in termini di sensibilizzazione e di avanzamenti giurisprudenziali.

Nel 2010 i Giuristi Democratici, in collaborazione con D.i.RE, donne in rete contro la violenza (la rete nazionale dei centri antiviolenza), hanno invitato in Italia la Special Rapporteur ONU contro la violenza sulle donne, Rashida Manjoo, che ha presenziato a tre eventi: il 13 gennaio 2010 a Roma, il 14 gennaio a Bologna, il 15 gennaio a Ravenna. Si è trattato di tre incontri pubblici nel corso dei quali la Special Rapporteur ha incontrato le ONG, le associazioni femminili e femministe e la comunità, per riflettere sulla condizione femminile in Italia a 25 anni dalla ratifica della CEDAW e nell’ambito dei quali sono state delineate linee guida per un approccio basato sui diritti umani nel contrasto alla discriminazione e violenza di genere, anche per quanto riguarda i diritti delle donne migranti e rifugiate. A Bologna i Giuristi Democratici hanno organizzato anche un seminario di formazione forense , qualificato e partecipatissimo, nel corso del quale è stato spiegato il funzionamento degli strumenti internazionali di tutela delle donne vittime di discriminazione e violenza di genere, e le procedure attraverso le quali possono essere attivati.

A seguito di questi incontri, grazie alla documentazione sistematica sul femminicidio in Italia e in Europa, per i Giuristi Democratici sono stata invitata in qualità di esperta all’incontro seminariale (export group meeting) promosso dalla Special Rapporteur ONU contro la violenza sulle donne a New York il 12 ottobre 2011 sugli omicidi di donne per motivi di genere, presentando un paper su “Femmicidio e femminicidio in Europa. Gli omicidi di donne quale esito di precedente violenza domestica”.

I Giuristi Democratici stanno continuando in maniera sistematica il monitoraggio sui diritti delle donne in Italia: sia avendo partecipato attivamente alla Piattaforma nazionale “30 anni di CEDAW – Lavori in corsa” ed avendo promosso e curato la redazione del Rapporto Ombra sulla attuazione della CEDAW in Italia , presentato a New York nel luglio 2011, sia attraverso l’appoggio alla visita ufficiale della Special Rapporteur contro la violenza sulle donne in Italia, che si terrà nel gennaio 2012, e il lavoro di costante monitoraggio relativo all’attuazione da parte dell’Italia delle nuove raccomandazioni avanzate dal Comitato CEDAW a seguito della presentazione del Rapporto Ombra.

I documenti prodotti e le iniziative in cantiere, gli aggiornamenti in materia e altro materiale informativo sono raccolti sia nella sezione “genere-famiglie” del sito dei Giuristi Democratici sia nel blog “Giuristi democratici per la CEDAW” .

Il lavoro che ci proponiamo di promuovere per il futuro non rappresenta altro che la continuazione di un percorso già consolidato di azioni di contrasto alla discriminazione e alla violenza di genere, che prevede momenti di sensibilizzazione contro il femminicidio, la formazione degli operatori giuridici sugli strumenti nazionale ed internazionali di contrasto alla discriminazione e violenza di genere, l’analisi delle norme e delle prassi discriminatorie tanto in ambito amministrativo, quanto in ambito giurisdizione e sociale in generale.

Il Rapporto ombra sulla implementazione della CEDAW in Italia rappresenta un vero e proprio libro nero sulle principali violazioni dei diritti delle donne italiane quali garantiti dalla Convenzione.

E’ la prima volta, dalla ratifica della Convenzione nel 1985, che un gruppo di donne, io, le altre colleghe di Giuristi Democratici e numerosissime altre donne provenienti da diverse realtà accademiche, associative e sociali del Paese, produce all’ONU un rapporto ombra della società civile, antagonista rispetto al rapporto governativo, che evidenzi le criticità e le mancanze rispetto alla (insufficiente) implementazione della Convenzione in Italia. Per me ha costituito la realizzazione di un sogno promuovere e coordinare questo progetto, e un grande onore, insieme alle altre rappresentanti delle associazioni della Piattaforma “Lavori in corsa-30 anni di CEDAW”, poterlo presentare alle Nazioni Unite nel corso della sessione di esame.

Al Rapporto Ombra hanno aderito tutte le principali ONG italiane, ma anche ACLI, collettivi femministi, singole e singoli .

La nostra partecipazione, anche di lobby fisica alle Nazioni Unite, oltre che con un corposo e dettagliato documento, alla procedura di monitoraggio relativa all’implementazione della CEDAW, ha consentito che venissero indirizzate al Governo raccomandazioni estremamente forti e specifiche, relative a questioni ignorate o affrontate in maniera non adeguata sia sul piano politico che normativo dalle Istituzioni, da noi sollevate in quella sede anche attraverso l’esposizione di casi concreti.

Molte delle raccomandazioni potranno essere utilizzate per promuovere riforme legislative, questioni di costituzionalità e azioni di responsabilità nei confronti dello Stato italiano.

Tra i temi evidenziati dal Comitato CEDAW ricordiamo in questa sede, in quanto trasversali alle attività associative e possibile oggetto di iniziative specifiche di informazione e di azione:

- R. 15/2011: la diffusione della Convenzione . Il Comitato è preoccupato che le disposizioni contenute nella Convenzione e nel Protocollo Opzionale, così come le raccomandazioni generali del Comitato, non sono state tradotte in italiano e non sono sufficientemente conosciute da tutte le amministrazioni, dalla società civile e tra le donne stesse. Il Comitato è inoltre preoccupato perchè la Convenzione non ha ricevuto lo stesso grado di visibilità e di importanza riservato agli strumenti giuridici regionali, in particolare alle Direttive UE, e pertanto non è regolarmente usata quale riferimento giuridico per le misure, comprese quelle legislative, volte alla eliminazione della discriminazione nei confronti delle donne e alla promozione dell’uguaglianza di genere nello Stato-membro.

- R. 22-25/2011: la lotta culturale agli stereotipi sul ruolo tradizionale della donna nella società . Il Comitato rimane profondamente preoccupato per la rappresentazione della donna quale oggetto sessuale e per gli stereotipi circa i ruoli e le responsabilità dell’uomo e della donna nella famiglia e nella società. Tali stereotipi, contenuti anche nelle dichiarazioni pubbliche rese dai politici, minano la condizione sociale della donna, come emerge dalla posizione svantaggiata delle donne in una serie di settori, incluso il mercato del lavoro e l’accesso alla vita politica e alle cariche decisionali, condizionano le scelte delle donne nei loro studi ed in ambito professionale e comportano che le politiche e le strategie adottate generino risultati ed impatti diseguali tra uomini e donne.

- R. 26-27/2011: la violenza sulle donne . Il Comitato rimane preoccupato per l’elevata prevalenza della violenza nei confronti di donne e bambine nonché per il persistere di attitudini socio-culturali che condonano la violenza domestica, oltre ad essere preoccupato per la mancanza di dati sulla violenza contro le donne e bambine migranti, Rom e Sinte. Il Comitato è inoltre preoccupato per l’elevato numero di donne uccise dai propri partner o ex-partner (femminicidi), che possono indicare il fallimento delle Autorità dello Stato-membro nel proteggere adeguatamente le donne, vittime dei loro partner o ex-partner.

- R. 28-31 /2011: tratta e sfruttamento della prostituzione Il Comitato è preoccupato che l’applicazione dell’articolo 18 del Decreto Legislativo n. 286/1998, che prevede un permesso speciale di residenza per le vittime di tratta e sfruttamento, può, se interpretato restrittivamente, privare di adeguata protezione le donne vittime di tratta che sono state trafficate in un altro Paese e successivamente portate in Italia a fini della tratta. Il Comitato è inoltre preoccupato del fatto che il “pacchetto sicurezza” adottato dal Governo nel 2010 ha seriamente impedito un’adeguata identificazione delle vittime potenziali di tratta da parte delle Forze dell’ordine. Il Comitato è preoccupato per il riconoscimento da parte dello Stato-membro che la proposta di criminalizzazione della prostituzione in spazi pubblici “ha una funzione di pubblica sicurezza e di decoro della vita urbana” e che apparentemente i diritti delle donne coinvolte nella prostituzione in strada - la maggior parte delle quali migranti - non sono stati presi in considerazione nella formulazione di tali misure. Il Comitato nota, inoltre, che lo Stato-membro considera la prostituzione come un fenomeno nascosto e sconosciuto che tende ad essere praticato in spazi chiusi. Il Comitato è preoccupato per l’assenza di programmi di assistenza e sostegno alle donne che desiderano lasciare la prostituzione e che non sono state vittime dello sfruttamento.

- R. 32-33/2011: partecipazione alla vita politica e pubblica . Il Comitato nota una limitata crescita della rappresentanza delle donne in Senato e alla Camera dei Deputati, ma rimane profondamente preoccupato per il fatto che le donne sono ancora sottorappresentate nel Parlamento Nazionale, a livello regionale, nel settore giudiziario, nelle posizioni di vertice della pubblica amministrazione e nella carriera diplomatica, così come in ruoli decisionali del settore privato, limitando così la partecipazione delle donne nei processi decisionali in tutti i settori. Il Comitato, inoltre, esprime preoccupazione per la mancanza di informazioni sulla presenza delle donne migranti nelle posizioni decisionali in un Paese dove i migranti costituiscono un’ampia percentuale della popolazione.

- R. 36-41/2011: lavoro . Il Comitato continua ad essere preoccupato per la situazione delle donne nel mercato del lavoro, caratterizzata dalla persistenza di un elevato tasso di disoccupazione femminile, nonostante l’alto livello di istruzione delle donne. Il Comitato intende portare all’attenzione dello Stato-membro la situazione di svantaggio delle donne che interrompono la propria carriera per ragioni familiari e le relative conseguenze sul pensionamento e le pensioni di anzianità, nonché la concentrazione delle donne in aree lavorative poco remunerative, la differenza salariale tra uomo e donna ed il fatto che un numero significativo di donne lascia la forza-lavoro dopo la nascita dei figli e che solo il 10% dei congedi parentali viene richiesto dai padri. Il Comitato nota l’intenzione dello Stato-membro di adottare un piano nazionale di riforma che preveda, entro il 2020, un aumento del 12% dell’occupazione femminile, oltre l’introduzione di incentivi per un lavoro stabile. A tal proposito, il Comitato sottopone all’attenzione dello Stato-membro l’obbligo di assicurare l’uniformità di risultati di una tale riforma su tutto il territorio nazionale.(…) Il Comitato è, inoltre, preoccupato per le difficoltà incontrate dalle donne immigrate e dalle donne con disabilità relativamente alla loro integrazione e partecipazione nel mercato del lavoro.

- R. 42-45/2011: salute . Il Comitato nota con preoccupazione che tale tipo di cancro –mammario- è il più comune oltre che causa di mortalità per le donne in Italia. Anche se il Comitato riconosce i risultati raggiunti su tutto il territorio nazionale, il Comitato rimane preoccupato che oltre il 60% delle donne nel Sud del Paese non hanno accesso alla mammografia perfino nella cornice dei programmi organizzati (…)il Comitato è preoccupato del fatto che non è disponibile alcun dato sistematico e comparabile sull’incidenza dell’HIV tra le donne tossicodipendenti in carcere. Inoltre il Comitato è preoccupato del fatto che le donne immigrate vengano infettate dall’HIV/AIDS in maniera esponenziale.

- R. 48-51/2011: relazioni familiari e conseguenze economiche del divorzio . Il Comitato nota che la mediazione obbligatoria nell’ambito dei procedimenti di divorzio non si applica nei casi di violenza intra-familiare, ma rimane comunque preoccupato per la durata delle procedure di divorzio, che può accrescere il rischio di violenza nei confronti delle donne…50. Il Comitato ha notato che la Legge n.54/2006 ha introdotto l’affido condiviso (fisico) come via preferita in caso di separazione o divorzio. Tuttavia il Comitato è preoccupato per la mancanza di studi sugli effetti di questo cambiamento legale, in particolare alla luce di ricerche comparative che indichino gli effetti negativi sui minori, specialmente sui bambini più piccoli, in caso di imposizione dell’affido condiviso. Il Comitato è, inoltre, preoccupato per il fatto che, nell’ambito dei procedimenti relativi all’affido condiviso, in caso di presunti episodi di abuso sui minori, possano essere prodotte consulenze basate sulla dubbia teoria della Sindrome da Alienazione Parentale.

- R. 52-53/2011:gruppi di donne svantaggiate . Il Comitato è profondamente preoccupato che esse sono soggette a forme di discriminazione multipla relativamente all’accesso all’istruzione, alla salute ed al lavoro. Il Comitato rimane, inoltre, preoccupato per la violenza e la discriminazione di genere che tali donne subiscono nelle rispettive comunità, quali il matrimonio precoce. Il Comitato, inoltre, nota la prevalenza delle mutilazioni genitali femminili tra le donne migranti. Il Comitato è, infine, preoccupato dal fatto che il Rapporto dello Stato-membro contiene insufficienti informazioni circa le misure prese per migliorare la situazione delle donne anziane e per il fatto che le donne anziane possano essere marginalizzate, in particolare quelle migranti.

L’importanza del Rapporto Ombra è enorme anche sul piano simbolico.

Abbiamo visto come i diritti fondamentali delle donne, pur essendo riconosciuti a livello costituzionale e di legislazione di attuazione di norme costituzionali, spesso in concreto non trovano protezione adeguata per il solo fatto che non vengono accettati dal sistema culturale egemonico, quello patriarcale, come norme fondamentali dell'ordinamento, ma vengono piuttosto considerate alla stregua di principi programmatici,dunque derogabili. E che sull'etica dei diritti, quindi, prevale l'etica dei valori.

La potenza simbolica del Rapporto Ombra sta nell’aver declinato le istanze femministe, la critica di genere al diritto ed alla politica, in termini di violazione dei diritti umani: facendo prevalere nella rivendicazione, quindi, l’etica dei diritti su quella dei valori.

Declinare le istanze del femminismo in termini di diritti fondamentali, consente di richiamare lo Stato alle proprie responsabilità, e la condanna da parte degli organi internazionali nei suoi confronti costituisce una cerimonia di degradazione per le Istituzioni coinvolte, che favorisce una discussione pubblica sui valori sociali, sui confini simbolici della società.

Lo spostamento delle rivendicazioni femministe su un piano “glocale” costituisce un efficace meccanismo politico di giustiziabilità dei diritti fondamentali basati sul genere, che connette la lotta delle donne italiane a quella delle donne di altri continenti: pensiamo ad esempio alla Raccomandazione all’Italia sul femminicidio ed alla condanna dello Stato messicano davanti alla Corte interamericana dei diritti umani per i femminicidi avvenuti nello Stato di Chihuahua, resa possibile grazie alla mobilitazione dei gruppi femministi messicani che hanno reclamato le gravi negligenze del Governo messicano nel prevenire indagare e reprimere tali crimini come una violazione sistematica dei diritti delle donne. E pensiamo agli effetti della sentenza “Campo Algodonero” della Corte interamericana dei diritti umani sulla sentenza “Opuz c. Turchia” della Corte Europea per i diritti umani….

L'alleanza creata dall'attivismo femminista con gli organismi regionali e internazionali a tutela dei diritti umani, dimostra che le donne possono essere esse stesse artefici del cambiamento, soggetti politici in grado di trasformare il punto di vista valido e consolidato sul precedente autoritativo .

Se vogliamo, parafrasando Deleuze, la rivendicazione femminista agita sul piano internazionale, costituisce nella società (patriarcale) del controllo globale, una delle più radicali forme di resistenza capaci di “ridare una chance a un comunismo inteso come “organizzazione trasversale di individui liberi”” .

Per questo, continueremo a promuovere come Giuristi Democratici la più ampia conoscenza e partecipazione possibile a questo tipo di processi, sia attraverso iniziative di sensibilizzazione che iniziative di formazione, al fine di accelerare il processo verso una democrazia di genere, inclusiva di tutte le differenze: l’unica democrazia possibile.